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IL PUNTO/ Prima di Ford e della catena di montaggio

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Un operaio (Foto: Infophoto)  Un operaio (Foto: Infophoto)

Il mondo degli oggetti dei quali un po’ tutti ci siamo abituati a godere (elettrodomestici, automobili, computer, telefoni cellulari, macchine ed gadget di ogni tipo), non sarebbe possibile se essi non fossero prodotti in serie, e in massa. Come tutti sanno questo modo di produrre si é definitivamente affermato nella prima metà del Novecento, a partire dalla costruzione delle automobili, per le quali Henry Ford introdusse giusto cent’anni fa la sua famosa catena di montaggio; le sue origini sono però più antiche e non ci pare quindi inutile, nel ricordare questo anniversario, ripercorrere brevemente le vicende che videro lo sviluppo dei concetti e dei metodi che sono alla base delle tecnologie di produzione di serie e di massa tuttora in uso.
Ci sembra in primo luogo opportuno ricordare uno dei concetti fondamentali che caratterizzano la produzione in serie di qualsiasi manufatto, quello di “intercambiabilità delle parti”. Ciascuno di noi ha avuto la possibilità di sperimentare cosa ciò significhi, quando ha dovuto far riparare l’automobile o un elettrodomestico: il meccanico o il riparatore di lavatrici a cui si è rivolto non ha avuto bisogno di eseguire alcun adattamento sui pezzi di ricambio che ha sostituito, perché essi si sono inseriti perfettamente, dimensionalmente e funzionalmente, al posto di quelli rotti. Ora, questo concetto è ancor più fondamentale per garantire il funzionamento della “catena di montaggio”, che viene comunemente associata all’idea di produzione in serie. La catena è infatti in grado di funzionare con continuità e regolarità, solo in quanto viene alimentata con un flusso continuo di pezzi perfettamente intercambiabili, che possono essere assemblati, senza alcun adattamento, a formare gli stessi identici manufatti. Ciò non succedeva in precedenza, quando oggetti apparentemente simili non erano mai perfettamente identici e le differenti parti da cui essi erano costituito, specie se di una certa complessità meccanica, venivano adattate l’una all’altra in modo da poter lavorare insieme. Lo stesso succedeva anche nelle prime fabbriche in grado di produrre manufatti in grandi quantità, dove infatti era essenziale la presenza degli operai “aggiustatori” che intervenivano a correggere le imperfezioni nella fase finale di montaggio.
L’idea di intercambiabilità delle parti fu avanzata per la prima volta nel 1765 dal generale Jean Baptiste de Gribeauval e ripresa qualche anno dopo da un altro ufficiale francese, Honoré Blanc, che tentò di impiantare una fabbrica di moschetti dotati di meccanismi di sparo intercambiabili. Lo scoppio della rivoluzione e altre vicende non permisero però di portare avanti questa idea in Francia. Essa attecchì peraltro dall’altra parte dell’Atlantico e fu inizialmente messa in pratica, in modo parziale, nelle fabbriche di due imprenditori privati, Simeon North ed Eli Whitney, che ebbero delle grosse commesse di armi dall’esercito statunitense.
Successivamente, a partire dal 1815, fu ampiamente applicata nell’armeria federale di Springfield, nel Massachusetts, dove furono introdotte anche importanti novità nei metodi di lavoro e nei macchinari. Per passi successivi si arrivò alla costruzione di armi da guerra nelle quali tutte le parti erano intercambiabili, per giunta indipendentemente dal fatto che esse fossero costruite a Springfield, od in un’altra delle diverse armerie federali, sparse a grandi distanze per tutto il paese. Per ogni parte dell’arma veniva progettato un sistema di attrezzature e scali, in modo da garantire che tutte le lavorazioni fossero eseguite esattamente nella stessa posizione per ciascun pezzo, e veniva realizzato un sistema di calibri del tipo “passa-non passa” che consentivano a degli ispettori di verificare rapidamente e con sicurezza, che i pezzi realizzati dalle macchine e dagli operai avessero le dimensioni comprese nel previsto campo di tolleranza dimensionale e fossero correttamente finiti.



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