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STAMINALI/ L’esperto: il metodo Vannoni? Ecco cosa non va

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Io posso dire ciò che già gli ho detto al Ministero della Salute nel luglio del 2011 cioè di fare una sperimentazione con tutti i sacri crismi e mi aveva dato il suo ok. Ci eravamo impegnati a scrivere un protocollo, non io in prima persona, ma altre due persone della commissione. All’epoca si parlava di una malattia rara. Il dottor Vannoni insiste sul fatto che il protocollo non è arrivato ma gli è stato trasmesso il 18 ottobre del 2011 e a stretto giro di posta lui ha risposto ai colleghi: “grazie ma in questo momento ho trovato una strada a Brescia”.

Da quel momento non abbiamo più sentito nulla. Non è vero quindi che il Ministero della Salute si è ritirato, ma anzi il Ministero attraverso le persone che erano state delegate, io tra quelli, ha fatto ciò che doveva. Non siamo stati noi a impedire di fare la sperimentazione, che sarebbe stata l’unica cosa che meritava di essere fatta.

Non voglio giudicare se il sistema funziona o meno ma dico che per dimostrare la validità di una terapia bisogna usare i protocolli che non se li inventa un paese burocratico o cattivo, ma la comunità scientifica che raccomanda e chiede insistentemente nell’interesse dei pazienti e delle famiglie che le cose vengano fatte con trasparenza e alla luce del sole.

Nell’interesse di tutti, come dice anche lei, è un peccato…

È un brutto episodio all’italiana come tanti episodi che hanno caratterizzato l’Italia con terapie miracolistiche. Non dimentichiamoci che in passato nell’ambito oncologico ci sono stati vari metodi discutibili, come quello Di Bella che però ha richiesto una sperimentazione che ha dimostrato che effettivamente non funzionava.

È un mondo molto strampalato, visto nell’ottica di un medico, dove effettivamente ha più peso la voce di un giudice che decide senza avere competenze specifiche di fare o non fare una terapia o piuttosto un uomo di spettacolo, che preso da compassione, come lo siamo tutti, in maniera irrazionale comincia a parlare di un paese che non consente questi tipi di cure.

Quello che voglio dire è che rispetto ognuno ma a ognuno deve competere il proprio mestiere. Anche noi siamo simpatetici, siamo co sofferenti con i genitori ma di fronte a storie senza soluzione dobbiamo scindere la razionalità dall’emozione. Non per crudeltà ma per fare le cose nell’interesse dei pazienti, per evitare che i pazienti si mettano nelle mani di persone che promettano qualcosa di miracolistico che poi non funziona.

Quali implicazioni etiche ci sono dietro all’uso delle staminali?

Le staminali dell’adulto non hanno implicazioni etiche. Su questo argomento persino il Pontefice Emerito Benedetto XVI è intervenuto più volte. Non c’è dubbio che se le cellule staminali hanno effetto in una serie discreta di malattie di interesse ematologico, cutaneo, oculistico o scheletrico allora non c’è ragione di non utilizzare queste cure. Diverso è l’uso che qualcuno voleva fare anni fa (mi pare che l’argomento sia stato abbandonato in questo momento) delle cellule staminali embrionali quando si volevano costruire degli embrioni destinati a essere distrutti per la ricerca senza tener conto che quelle cellule servivano per fare uno studio fine a se stesso che non avrebbe portato a nulla di concreto riguardo ai fini terapeutici. Quindi le uniche che oggi possono essere utilizzate per finalità di terapia sono le cellule staminali adulte che non pongono problemi etici.

Se mai i problemi etici sono quelli che riguardano promesse che qualcuno non è in grado di mantenere. È su questo che bisogna fare una riflessione molto forte.

 

(Elena Pescucci)



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