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BIOLOGIA/ Quel nuovo passo per comprendere il mistero dell’origine della vita

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Ma non basta: il punto di vista dominante prevede che l’ambiente dell’origine sia stato ad alta temperatura, mentre le simulazioni di Blaber dicono altro: «quello alofilo è tradizionalmente stato considerato come un ambiente al quale la vita si è dovuta adattare, e non come un ambiente potenzialmente di origine. Il nostro studio della configurazione e del folding degli aminoacidi e delle proteine prebiotici suggerisce il contrario. Ci sono numerose nicchie nelle quali la vita può evolvere -procede Blaber-, per esempio, gli estremofili che esistono in ambienti caldissimi, ad alta pressione, molto acidi e ad altissima salinità. Per esistere in tali ambienti, è essenziale per le proteine sapersi adattare  a tali condizioni. In altre parole, il loro folding deve essere efficiente».

Sappiamo che il corpo umano utilizza 20 comuni aminoacidi per generare tutte le sue proteine: dieci di essi sono stati generati per via biochimica, dieci attraverso reazioni chimiche fuori da qualsiasi contesto biologico. Utilizzando una tecnica chiamata “top-down symmetric deconstruction”, Blaber è riuscito a identificare dei peptidi, cioè piccole catene di aminoacidi, capaci di auto-organizzarsi assemblandosi spontaneamente specifiche architetture proteiche. Nel suo lavoro si è chiesto se questi mattoncini possano comporsi di soli 10 aminoacidi e continuare a strutturarsi: il suo team ha trovato che la il folding in proteine è possibile già da 12 aminoacidi.

 Se la teoria di Blaber funziona, gli scienziati potrebbero dover rivedere dove cercare le evidenze nella ricerca di dove e come la vita ha avuto inizio. «Piuttosto che una nicchia curiosa dove si è evoluta, l’ambiente alofilo potrebbe ora prendere il centro della scena come la probabile location per aspetti-chiave dell’abiogenesi. Allo stesso modo, il ruolo della formazione delle proteine sale di importanza nei primi passi dell’inizio della vita sulla Terra».

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