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PARKINSON/ Il medico: il caso Stamina insegna, attenti alle false speranze

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Alcuni ricercatori (Foto: Infophoto)  Alcuni ricercatori (Foto: Infophoto)

Il problema della neurodegenerazione ci mette a confronto con le nostre basi biologiche, quello di cui siamo fatti. Il vero limite della sopravvivenza umana è dato dal cervello, le cui cellule sono a termine. Spostare questi confini è un traguardo molto difficile. E con le staminali stiamo muovendo solo i primi passi. Non solo non possiamo fare previsioni sui tempi, ma non sappiamo nemmeno se con le staminali riusciremo a ottenere dei risultati. 

Oggi si parla quasi esclusivamente di staminali. Il futuro delle cure è lì?
Sono convinto che otterremo risultati solo con terapie che reagiscono a più livelli. Innanzitutto andando a togliere i fattori che provocano la degenerazione. Ci sono ad esempio forme geneticamente determinate: in questi casi è possibile applicare terapie mirate al gene. Oppure si può intervenire preventivamente sulle tossicità e con le staminali quando la degenerazione è già iniziata. Solo un approccio multifattoriale ci permetterà di fare qualche avanzamento. 

Che idea si è fatto dopo le polemiche sul caso Stamina?
Il caso Stamina mette in luce la pericolosità di questi tentativi. Per esempio, se a un bambino colpito dalla atrofia spinale muscolare progressiva, che lo porterà alla morte nel giro di pochi mesi, prospettiamo una terapia di questo genere, risvegliamo speranze e attese grandissime. Bisogna stare però attenti che queste speranze abbiano un corrispettivo nella realtà. Altrimenti può essere veramente dannoso. Non solo, andare a chiedere interventi finanziari incontrerà difficoltà sempre più grosse.



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