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MONTAGNA/ Conoscere e gustare le Alpi, anche senza vederle

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Questo è proprio uno dei temi più sfidanti e affascinanti di “Arrampicare senza limiti”. L’apprendimento, e più in generale la conoscenza del reale, per un non vedente avvengono in gran parte attraverso un’esperienza tattile e sensoriale; pensiamo solamente al codice braille. Anche la roccia ha un suo “linguaggio” e questo cambia, e di parecchio, a seconda che si tratti di calcare, di granito, di marmo, di gneiss, di porfido o di altro. Variano la composizione, la tessitura, la presenza e la dimensione dei cristalli, possono essere presenti fratture o inclusi fossili. Tutti aspetti apprezzabili non solo con la vista ma anche percepibili al tatto. In questo modo un ipo o non vedente può conoscere ed esperire un’area rocciosa in modo diverso ma altrettanto intenso degli altri utenti. Ovviamente è necessario illustrare questi aspetti, renderli evidenti. Per l’occasione è stata predisposta un’audio guida che illustra il progetto, spiega come raggiungere l’area e introduce con un linguaggio semplice e chiaro alle principali caratteristiche della zona, privilegiando gli aspetti non visivi (roccia, suoni, profumi). Alla base delle pareti rocciose attrezzate nell’ambito di questo progetto verranno inoltre localizzati dei pannelli in braille che spiegano gli itinerari proposti prima che questi vengano percorsi.

Ma avete pensato anche ai normo vedenti?

Sì, per capire meglio l’intensità dell’iniziativa e la sua valenza “didattica” proponiamo a tutti la percorrenza “da bendati” degli itinerari attrezzati: si scoprirà quanto gli altri sensi possano essere utili per esplorare e conoscere l’ambiente che ci circonda. Molti istruttori di arrampicata già utilizzano questa tecnica per sviluppare meglio equilibrio e sensibilità nei loro allievi. Questa tecnica, se applicata su roccia, all’aperto, può aiutarci a comprendere meglio l’ambiente naturale e ad aumentare la nostra sensibilità verso la disabilità (in analogia alla “cena al buio” proposta dall’Istituto dei Ciechi di Milano).

Per questa iniziativa avete collaborato con l’università di Milano: come si è svolta la collaborazione?



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