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BIOSCIENZE/ Ecco come una cellula cutanea può "convertirsi" in produttrice di insulina

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I biologi milanesi hanno utilizzato la 5 aza-citidina, una molecola in grado di rimuovere dal DNA delle cellule differenziate i “blocchi” che ne limitano l’accessibilità; hanno quindi sfruttato questa “finestra di aumentata plasticità” per attivare un programma di differenziamento diverso: hanno azzerato il programma attivo nelle cellule prelevate dalla cute indirizzandole verso il differenziamento pancreatico. «È stato così possibile “convertire” una cellula della cute in una che produce i diversi ormoni pancreatici, in maniera semplice, sicura e, come dicevo, senza ricorrere all’uso di modificazioni geniche e di retrovirus».  

Questa conversione si è mantenuta stabile anche dopo trapianto delle cellule in topi diabetici, dove la loro presenza ha assicurato normali livelli di glicemia. «Abbiamo quindi potuto dimostrare che la cellula non solo aveva il fenotipo di una cellula che produce insulina ma la poteva effettivamente produrre e in una condizione simile a quanto avviene in ambito fisiologico, ad esempio in risposta all’esposizione a glucosio. Questo ci ha permesso di dimostrare una riprogrammazione funzionale a tutti gli effetti di una cellula che originariamente era una cellula della cute».

Notevoli sono le possibili implicazioni legate a questo nuovo approccio sperimentale che apre strade alternative e di grande potenzialità, sia nell’ambito della terapia del diabete, così come nel tumore del pancreas. Ma è la stessa Brevini a invitare alla prudenza circa le conseguenze in campo medico. «Al momento il lavoro è tutto sperimentale: è stato condotto in laboratorio e non abbiamo dati su pazienti da esibire. Anche perché sono fermamente convinta che prima di arrivare ai malati ci debba essere una solida sperimentazione in grado di dimostrare che questi metodi funzionano, che funzionano in modo corretto e che non sono pericolosi. Solo allora si potrà passare alle applicazioni pratiche. È vero che i dati che abbiamo ottenuto nelle sperimentazione con i topi diabetici indicano una possibilità reale di applicazione nella medicina umana; ma più di questo al momento non si può dire».

Il prossimo passo della ricerca sarà anzitutto ripetere gli esperimenti per rendere la metodologia solida e riproducile in contesti diversi. Poi, a fronte anche di adeguati supporti economici e organizzativi, si potrà passare alle sperimentazioni applicative; che però richiedono un contesto sperimentale diverso da quello di un laboratorio e implicano il collegamento e la collaborazione in ambito medico. «Sarà importante passare anche attraverso uno step intermedio, che preveda studi preclinici fatti su animali per una valutazione intermedia tra il dato sperimentale di laboratorio e il livello propriamente clinico». 

Un’altra possibilità che Brevini vede con grande favore è il passaggio a screening farmacologici e quindi l’utilizzo di cellule ora disponibili in vitro per testare, ad esempio, farmaci sperimentali o possibili dosi “paziente-specifiche”: infatti, ottenendo le cellule dal paziente e con facile accesso (dalla cute) si potranno disegnare curve di screening “paziente-specifiche”».

(Mario Gargantini)



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