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IL PUNTO/ Cosa si "diranno" tutti quegli oggetti connessi in Internet?

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cc_Steve Jurvetson  cc_Steve Jurvetson
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E l’uomo in tutto questo? Domanda più che legittima; ma le aziende che stanno scommettendo sull’IoT non sono così ingenue dall’ignorarla. Solo che le risposte il più delle volte sono scontate e riduttive, fatte di promesse rassicuranti e di garanzie date dai sistemi di controllo distribuiti e ridondanti (sempre che anche questi non siano a loro volta connessi alla IoT che devono controllare).

Non si tratta comunque di demonizzare questi sistemi solo perché l’uomo non è presente fisicamente lì dove si svolge il processo o l’attività o l’applicazione. Non porta alcun frutto una chiusura a priori per paura, per pigrizia di fonte al nuovo o per evitare rischi (anche perché è una battaglia perdente: da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che proverà …).

Si tratta piuttosto di prendere molto sul serio gli interrogativi che le nuove prospettive pongono; a partire dalla domanda sul perché si dovrebbero implementare certe tecnologie. Il vero rischio è che il movente dell’innovazione sia una sorta di automatismo intrinseco e autoreferenziale: si realizza il nuovo “per il solo fatto” che ci sono le tecnologie abilitanti (terminologia molto in voga nel mondo high tech).

D’altra parte le nuove tecnologie della comunicazione, al pari di alcune altre emergenti (in realtà già emerse) come le nanotecnologie o le biotecnologie, nascono con incorporato il tema della sicurezza e dei controlli, almeno sul piano tecnico (basta guardare i progetti: il capitolo sicurezza è sempre ampiamente presente e nelle nuove tecnologie i livelli e i sistemi di sicurezza e controllo sono molto più elevati che nelle tecnologie tradizionali).

Ma la tecnica non basta. Bisogna che una analoga, o maggior, attenzione si imponga anche a livello culturale; che la consapevolezza dei problemi sia più diffusa e, al di là dei dettagli tecnici, porti a galla che cosa è in gioco di ciò che è tipicamente umano. Di fronte a ogni nuova ondata di novità non si tratta di cliccare il bottone “mi piace”; non è solo questione di opinioni o di gusti, e neppure di curiosità da terza pagina: bisogna allargare e approfondire il dibattito. Di queste tecnologie disputandum est.



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