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GRAN SASSO/ Cercatori di “stelle” nel cuore della montagna

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Il "cuore" dell'esperimento Borexino in costruzione  Il "cuore" dell'esperimento Borexino in costruzione

“Ci sono dei pazzi che si infilano nel fondo delle miniere per osservare le stelle del cielo”. Chissà cosa aveva in mente Plinio il Vecchio quando scrisse questa frase, eppure è proprio quello che accade oggi.

I protagonisti di questa “pazzia” sono gli scienziati dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) che, nelle profondità della montagna regina dei nostri Appennini, hanno costruito il loro regno sotterraneo; e dalla fine degli anni ’80 lo popolano di esperimenti, con i quali cercano di scoprire la natura delle particelle fondamentali che compongono la materia: sia quella che vediamo, sia quella che ancora ci è “oscura”, nell’Universo.

L’occasione per conoscere questo mondo per un gruppo di studenti di Fisica dell’Università degli Studi di Milano è stata la visita ai LNGS, da loro organizzata nei giorni scorsi insieme al prof. Gianpaolo Bellini, con il sostegno dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e dell’Università stessa. Bellini lavora alla frontiera della ricerca scientifica da oltre 50 anni.

“Feci la mia tesi di laurea – racconta – in una “baracca” a 2600 metri d’altezza: cercavo i raggi cosmici che, dalle profondità del cielo, interagiscono con l’atmosfera terrestre. Erano gli ultimi anni in cui in fisica delle particelle si potevano ancora fare esperimenti utilizzando dei piccoli apparati sperimentali”.

Dagli anni ’60 in avanti, infatti, lo scenario inizia a cambiare rapidamente: si apre l’era dei grandi acceleratori di particelle, con una nuova serie di scoperte e di domande a cui gli scienziati vogliono provare a rispondere.

“È verso la metà degli anni ’70 che un esperimento americano rivela un flusso di neutrini provenienti dal Sole molto inferiore a quello previsto dal modello teorico di cui ci si fidava. I casi erano due: o la teoria era imprecisa, o l’esperimento era sbagliato”.

È il cosiddetto “problema del neutrino solare”, la cui soluzione ha scatenato anni di ricerche su nuovi esperimenti e tecnologie di indagine per molti gruppi di ricerca del mondo. Fra questi, anche quello di Bellini, che ha realizzato l’esperimento Borexino, oggi sotto i duemilasettecento metri di roccia del Gran Sasso.

“L’idea è nata nel 1990, poi sono seguiti cinque anni di ricerca e sviluppo tecnologico: progettazione, creazione di prototipi, ricerca dei materiali più adeguati”.

Tutto questo per rilevare la presenza di neutrini solari. Problema per niente facile, perché i neutrini non si fanno catturare facilmente e sono “nascosti” dalla presenza di molte altre particelle.

“È per questo che andiamo sottoterra: la montagna scherma parte degli elementi di disturbo, come i raggi cosmici. Ma rimane sempre la radioattività naturale ed è per questo che con Borexino abbiamo ricercato materiali e tecnologie che emettessero la minor radioattività possibile”.



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