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SAGGIO BREVE MATURITA' 2013/ Esami di Stato, La ricerca scommette sul cervello (prima prova traccia di ambito tecnico-scientifico)

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I collegamenti all'interno del tronco encefalico (cortesia di J. Lichtman e Center for brain science)  I collegamenti all'interno del tronco encefalico (cortesia di J. Lichtman e Center for brain science)

Sempre la ricerca scientifica è una sfida e una scommessa. Anche se il ricercatore si muove sulla base di ipotesi lungamente ponderate, ben formulate e sottoposte alla valutazione critica di colleghi ed esperti, c’è sempre la possibilità di scoprire che la pista giusta è un’altra, o che comunque l’ipotesi scelta risponde solo a una parte del problema. Anche i tempi sono una componente della scommessa: tutti i programmi di ricerca hanno il capitolo “tempistiche”, ma non sempre le indicazioni possono essere rispettate. E ciò non solo in senso negativo, cioè proclamando un insuccesso. Significativi in proposito sono i casi di satelliti per la ricerca astrofisica che hanno dimostrato di poter funzionare egregiamente per molto più tempo del previsto e la cui attività di raccolta dati in orbita è stata prolungata ben oltre i termini prefissati.

Insomma, nella lista dei fattori da considerare per lo sviluppo di un’indagine scientifica, un ruolo non marginale va lasciato all’imprevisto e quindi a tutte quelle condizioni culturali, organizzative ed economiche che mettono in grado gli scienziati di riconoscere quando si verifica un evento inaspettato, un fenomeno inatteso, un dato non calcolato; e di trarne frutto. Nel caso della ricerca sul cervello tutti i problemi appena indicati vengono amplificati, proporzionalmente alla complessità dell’impresa. Di questo si devono rendere conto sia i ricercatori sia i politici sia le industrie che aspettano con ansia le possibili ricadute sul business. 

Proprio in merito alle applicazioni vale la pena accennare alla posta in gioco. L’ambito più praticato e sviluppato finora è stato quello della diagnostica, cioè della sistematica osservazione – resa possibile dalle tecnologie prima menzionate - dei funzionamenti cerebrali anomali nel tentativo di rintracciarne le cause. Ci sono però molti che pensano già anche alle terapie; e non è infrequente il caso che la notizia di una scoperta su un particolare processo cerebrale sia subito accompagnata dalla promessa di possibili terapie risolutive.

Qui va avanzata una prima riflessione. Se parlate con un neuroscienziato dello stato della ricerca, probabilmente vi dirà che sono tantissime le novità emerse in questi ultimi due decenni ma sono ancor di più i problemi via via aperti. Si impone allora l’interrogativo: come è possibile procedere alle applicazioni quando le conoscenze di base sono così carenti? Il rischio principale è destare, soprattutto in chi è colpito da malattie neurologiche, aspettative non fondate, suscitare promesse che si sa già di non poter mantenere.

Una seconda riflessione porta a galla un altro aspetto critico, connesso al citato moltiplicarsi delle discipline di area neurologica. Si ha spesso l’impressione che sia sufficiente applicare il prefisso neuro- per poter ricondurre ogni fenomeno umano alle sue radici neurofisiologiche e dichiarare di aver trovato la stele di Rosetta, la chiave segreta di quel fenomeno. Qui è evidente la tendenza latente, ma spesso manifestata esplicitamente, di un approccio riduzionistico: si riduce la mente al cervello, si collocano le cause di comportamenti, atteggiamenti, espressioni personali nei puri meccanismi cerebrali, nella topografia e nella logistica dei circuiti neuronali.  

Si capisce allora che sul piatto della scommessa di cui stiamo parlando, va messo l’uomo, nella sua identità irripetibile, nella sua unitarietà non scomponibile e non riducibile a una sommatoria di funzioni specializzate.



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