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MEDICINA/ Può il paziente diventare un handicap per la società?

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Come si comporta la medicina di fronte al divario tra quello che i pazienti vogliono dalla cure mediche, e ciò che essa è in grado, effettivamente, di dare? Anne-Laure Boch, neurochirurgo parigino, risponde sulla rivista Le Débat; come riporta l’Osservatore Romano, si delineano due soluzioni: «la ricerca, sempre più “applicata” e sempre meno “di base”, secondo il principio che ”se la medicina non ha ancora perfettamente guarito tutte le malattie è semplicemente perché la società non le dà tutti i mezzi necessari per la ricerca”». L’altra soluzione consiste nell’eliminazione del problema a monte, attraverso le diagnosi prenatali o l’eutanasia. Si tratta di mezzi per estirpare «l’handicap appunto, che tali malati rappresentano per la società». Secondo Ferdinando Cancelli, una tesi del genere non tiene conto della realtà effettiva, e rischia di non giungere ad un giudizio etico corretto. Per esempio, un uomo che è sottoposto tre volte a settimana a dialisi può essere un ottimo nonno, un marito affetto da Sla può continuare e voler vivere con la moglie accanto. «Ma davvero quelli che genera la medicina moderna sono pazienti handicappati? Vi è unanimità nella definizione stessa di handicap? Fino a che punto spingersi nell’applicare terapie complesse? Quando una terapia o un mezzo di sostegno vitale è “accanimento terapeutico”?», sono le domande che discendono dalle precedenti considerazioni. La medicina, può rispondere semplicemente diventando una «medicina che ragiona». E che, quindi, non è decide di sbarazzarsi dei propri presi,né agisce in termini di convenienza economica. Una medicina, in sostanza, «ricca di umanità, guidata dalla riflessione etica che la illumina da secoli, magari anche conscia degli errori commessi e in grado di imparare dagli stessi, una medicina che ascolta e accetta i propri limiti e sta sempre dalla parte della vita più fragile».



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