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Scienze

MARGHERITA HACK/ Quella frattura tra credere e sapere chiusa nella parola "perchè"

Margherita Hack ha rappresentato un unicum nella percezione pubblica della scienza in Italia, una figura di grande impatto mediatico per tante persone. Ce ne parla MARCO BERSANELLI

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Margherita Hack ha rappresentato un unicum nella percezione pubblica della scienza in Italia, una figura di grande impatto mediatico per tanti giovani e per il grande pubblico, spesso presente nei dibattiti non solo sui temi dell’astrofisica e della scienza, ma anche dell’ecologia, della società, della politica. Nel 1964 è stata la prima donna direttore dell'Osservatorio Astronomico di Trieste, e lo ha guidato per oltre 30 anni lasciando molti allievi e colleghi a lei affezionati che oggi piangono la sua scomparsa. Ma se ha avuto tanta popolarità e influenza nell’immaginario collettivo non è tanto per i suoi meriti scientifici, pure significativi nel campo dell’astrofisica stellare, quanto piuttosto per l’incisività dell’immagine che intorno a lei si è costruita e affermata per decenni nei media nazionali. Un’immagine che traeva forza dalla sua toscanissima spregiudicatezza e dalle sue posizioni radicali in materia di politica e di religione. Una vita di impegno politico nel partito radicale e nei comunisti italiani, orgogliosa del suo ateismo («Non ho mai creduto troppo a nulla, poi non ho creduto assolutamente più a nulla», disse in un’intervista nel 2005), è talvolta arrivata a esprimere punti di vista estremi rispetto alla fede in Dio tacciando di infantilismo e superficialità chi vive una posizione religiosa.

Mi ha sempre colpito questa sua ostinazione sulla questione religiosa, quasi si agitasse in lei un tormento, o forse come lei avrebbe detto una fede sui generis: «tanto il credente che il non credente non possono dimostrare scientificamente l’esistenza o la non esistenza di Dio, si tratta in ambedue i casi di fede». Sono parole del suo ultimo libro, “Il mio infinito. Dio, la vita e l'universo nelle riflessioni di una scienziata atea”. In questo libro, nel confermare con fierezza le sue posizioni radicali, in alcuni passaggi Margherita si dimostra più aperta rispetto a certe rigidità del passato. Ad esempio, indica (e forse auspica?) la strada del tutto condivisibile e positiva per un dialogo tra posizioni diverse: «ateo e credente possono anche dialogare, a patto che ambedue siano “laici”, nel senso che rispettano le credenze o le fedi dell’altro senza volere imporre le proprie». Ed esprime il limite intrinseco del metodo scientifico, riconoscendo che la scienza non è in grado di rispondere alle domande di significato: «la scienza sviscera le cause piccole e grandi di quello che c’è, non il perché c’è. Non spiega, né potrà mai spiegare perché c’è l’universo, perché c’è la vita».