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Caso Stamina / Il metodo Vannoni "battuto" dall'Hiv "buono" che ha salvato sei bambini

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Un ricercatore in laboratorio (Foto: Infophoto)  Un ricercatore in laboratorio (Foto: Infophoto)

Il metodo Vannoni "battuto" dal virus dell'HIV. Sembra un paradosso, ma è proprio quello che è successo, stando ai risultati di una sperimnentazione (regolarmente riconosciuta) operata da Telethon e dall'ospedale San Raffaele di Milano e durata ben 15 anni. Il caso - che ha del clamoroso - fa registrare la guarigione da due diversi tipi di malattie genetiche. Fino ad oggi, concretamente, una malattia genetica non poteva essere guarita, ma solo curata sintomatologicamente, cioè facendo in modo che alle disfunzioni dell'organismo si sopperisse con la somministrazione costante di farmaci o altri elementi per completare una funzione che il corpo non sarebbe stato mai in grado di fare. Oggi, la svolta. Almeno per la cura della sindrome Wiskott-Aldrich (che provoca un deficit del sistema immunitario e delle piastrine del sangue) e la leucodistrofia metacromatica (che causa la paralisi progressiva di nervi, muscoli e cervello). I risultati della cura di sei bambini che hanno stroncato sul nascere l'insorgere di queste patologie sono stati pubblicati dalla rivista Science. Come si è arrivati a questo risultato? E' "presto" detto. Queste malattie dipendono da un gene difettoso o mancante ben noto ai ricercatori che hanno quindi pensato a sintetizzare in laboratorio il gene sano e a inocularlo in una coltura di cellule staminali prelevate dal paziente usando il virus dell'Hiv, privo degli elementi nocivi che avrebbero portato all'insorgere dell'AIDS. Una volta trattate queste cellule sono state reinfuse nel midollo osseo dei bambini, potendo riprodursi all'infinito con il gene sano. Questo trattamento potrebbe aver guarito per tutta la vita i piccoli pazienti, ora tra i 4 e i 15 anni. La leucodistrofia metacromatica è la malattia da cui è colpita Sofia, la bambina di tre anni di Firenze diventata portabandiera del metodo Stamina. I genitori chiesero di rientrare in questa sperimentazione, ma purtroppo fu negato l'accesso alla loro bambina perchè la malattia era in uno stadio troppo avanzato. "La nostra tecnica - spiega Luigi Naldini, coordinatore della ricerca - si è dimostrata efficace nel bloccare l'insorgenza dei sintomi. Ma purtroppo non siamo in grado di farli regredire".



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