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STAMINALI/ Luzi (Statale Milano): la prospettiva più promettente è il trapianto cellulare autologo

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Il vantaggio è evidente: non c’è più bisogno di somministrare farmaci immunosoppressori che diminuiscono la risposta immunitaria. A mio parere, questa è la strada più promettente. Un esempio recente è quello del quale anche il vostro giornale ha parlato e riguarda il lavoro della collega Tiziana Brevini: il suo team ha utilizzato un farmaco antitumorale in commercio per far regredire delle comuni cellule cutanee per poi, con opportuni fattori di crescita e differenziazione, farle diventare cellule produttrici di insulina. Queste, impiantate in topi diabetici, hanno debellato la malattia. Il metodo, se proiettato nell’uso umano mostra ancor più i suoi vantaggi, derivanti dal fatto di essere in una situazione autologa. Dopo la scoperta della Brevini i nostri gruppi hanno iniziato subito a collaborare: dobbiamo anzitutto capire, nel caso umano, quali sono le cellule più semplici da trattare e da conservare. Ma la prospettiva è aperta; e può andare anche al di là del problema diabete.

 

Un altro tipo di cellule staminali sul cui reale ruolo applicativo state ancora ragionando sono quelle mesenchimali: come mai?

Le cellule mesenchimali sono ancor più primordiali di quelle embrionali e hanno il problema, comune a tutte le cellule poco differenziate, della possibile degenerazione neoplastica. Quindi una cellula può essere ben indirizzata nella direzione voluta – nell’esempio precedente, per fare insulina - ma c’è il rischio che poi una volta trattata vada a fare altro o possa moltiplicarsi in modo incontrollato generando un tumore. Questa è peraltro una problematica generale del trapianto cellulare: infatti c’è una collaborazione molto stretta tra noi e gli oncologi, oltre che per le possibili applicazioni del cell transplant nella lotta ai tumori anche, e secondo me soprattutto, per prevenire gli aspetti indesiderati del trapianto. Questi argomenti ci portano a interrogarci, più in generale, sui limiti delle attuali terapie disponibili.

 

Cosa possiamo dire?

Il limite principale è che, anche una volta che si è accertata la piena compatibilità, ogni volta che si fa un trapianto bisogna usare un immunosoppressore (il più vecchio ma ancora utilizzato è il cortisone); che però ha una serie di effetti collaterali, il principale dei quali è di indurre il diabete. In alcuni casi, dove c’è autoimmunità, quei farmaci hanno però anche una funzione positiva in quanto abbattono il problema dell’autoimmunità, evitando così la recidiva. Tutta la difficoltà sta allora nel trovare il giusto dosaggio.

 

L’eco della vicenda Stamina è, ovviamente, risuonato nei vostri dibattiti. Qual è il suo parere?

Le posso dire il mio parere personale, basato sulle informazioni che ho appreso dalla stampa scientifica nazionale e internazionale. Qualunque tipo di nuovo farmaco, qualunque nuovo intervento, se privo di un supporto scientifico solido non può essere considerato una possibilità terapeutica, non è una cura. Può accadere che nel singolo caso funzioni: ma bisogna vedere se funziona “per caso”, per una serie di peculiarità della situazione, oppure se è effettivamente un metodo; questo, solo una adeguata sperimentazione può assicurarlo. Con ciò non voglio dire che Stamina non funzioni: dico solo che attualmente non ci sono i parametri per attestarne la validità scientifica.

 

(Mario Gargantini)



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