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LA SCOPERTA/ Siamo sicuri che sapere quando moriremo sia davvero un bene?

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Sapere "troppo" fa male? (Infophoto)  Sapere "troppo" fa male? (Infophoto)

Si veda il caso dell’asino di Buridano, che, avendo controllato tutte le variabili dei due mucchi di fieno, morì di fame. Avesse intravisto, a causa di una razionalità limitata, qualche differenza in più in uno dei mucchi, forse sarebbe ancora vivo. In ogni caso, per la maggioranza di noi vale il paradigma della “bounded rationality”, la razionalità limitata.

Cioè: non disponiamo mai delle informazioni necessarie e sufficienti per operare scelte “razionali”, salvo spiegare meglio che significa “razionale”. Perciò le nostre scelte sono spesso allegramente incoscienti, avventurose, casuali, sbagliate. Ora, disporre di informazioni sullo stato del corpo – il che è come dire “sullo stato dell'Io-nel-mondo” – può aiutare non solo nella banalissima, ma fondamentale gestione della salute fisica, ma, soprattutto, a esercitare una manutenzione intelligente della propria presenza nel mondo, nella misura in cui il corpo è la forca caudina, sotto la quale ogni mente deve passare. Tenere l’asticella più alta o più bassa a volte è decisivo: questo significa estendere l’area della razionalità limitata dell’homo sapiens. Non che questo basti. Lo diceva già Orazio: “video bona proboque, sed deteriora sequor”, vedo le cose buone e le sperimento, ma finisco per correre dietro alla peggiori. Attendiamo che il braccialetto migliori!...



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