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PROTAGONISTI/ Meinhardt: l’algoritmo che spunta tra gli spaghetti (e spiega le forme biologiche)

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Hans Meinhardt (Infophoto)  Hans Meinhardt (Infophoto)

Hans Meinhardt ha iniziato come fisico e ha mosso i suoi primi passi scientifici niente meno che al Cern di Ginevra; poi, sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso è passato alla biologia e dopo una decina d’anni è diventato famoso per aver elaborato, insieme al suo maestro Alfred Gierer – col quale lavorava al Max Planck Institute for Developmental Biology di Tubinga (Germania) –  un meccanismo originale per spiegare lo sviluppo delle forme viventi. Il suo libro “La bellezza algoritmica delle conchiglie” esprime un’idea alla base delle sue ricerche e cioè che regole matematiche semplici possono produrre complessità e bellezza come nel caso delle conchiglie; il titolo del libro sintetizza i tre fattori che hanno caratterizzato la sua esperienza scientifica e umana: biologia, matematica e bellezza. L’abbiamo incontrato mentre era in Italia per partecipare al San Marino Symposium su “The Nature of Time in Science and in Human Experience”.

 

Professor Meinhardt, lei lavorava in un settore promettente come la fisica delle particelle e in una grande centro come il Cern, in un contesto stimolante: cosa l’ha indotto a cambiare così bruscamente campo di indagine?

 Lavorando in un centro come il Cern mi sono reso conto che, nella fisica delle alte energie, difficilmente avrei potuto progettare dei “miei” esperimenti. Nello stesso tempo l’attività sperimentale nella quale ero coinvolto era così intensa da non lasciare tempo per riflettere sugli aspetti teorici sottostanti i fatti sperimentali; e senza una adeguata comprensione teorica, anche ciò che emergeva dagli esperimenti aveva una portata limitata. Quindi, benché siano stati anni attivi e stimolanti, io non ero soddisfatto e decisi di cambiare campo di ricerca.

 

Come mai la sua scelta è caduta sulla biologia dello sviluppo?

 Per cercare un nuovo settore in cui impegnarmi, ho visitato molti laboratori di ex colleghi e mi aspettavo più entusiasmo di quello che avevo trovato nella fisica delle alte energie: Invece, con mia sorpresa, ho riscontrato molta frustrazione, anche tra i colleghi che erano già passati alla biologia da molto tempo. È stato per caso che sono arrivato a Tubinga, dove ho trovato un gruppo di persone che sembravano davvero entusiaste: dapprima un giovane collega mi contagiò con le sue ricerche sulla visione delle mosche, poi c’è stato l’incontro per me decisivo con Alfred Gierer. Lui era già un’autorità nella biologia dello sviluppo, anche se il boom della nascente biologia molecolare stava mettendo in secondo piano gli altri approcci. Gierer aveva iniziato ad utilizzare degli organismi modello, come l’Idra (un idrozoo a forma tentacolare con alta capacità di rigenerazione), per cercare di capire come emergono le diverse strutture viventi nel corso dello sviluppo. Il primo lavoro che mi ha affidato, nel 1969, ancora una volta non è stato entusiasmante. Poi però …

 

Cosa è accaduto?

 Durante un seminario all’inizio degli anni Settanta, Gierer descrisse come le cellule di un particolare organismo modello (il Dictyostelium) si aggregano per oscillazioni coordinate; trattare di oscillazioni per un fisico era cosa comune e al Cern avevo imparato a realizzare complesse simulazioni al computer di fenomeni oscillanti. Così mi è venuta l’idea, un po’ per curiosità, di simulare la formazione del Dictyostelium e Gierer ha rilanciato, proponendomi altri modelli da simulare. I risultati non hanno tardato ad arrivare e così abbiamo inaugurato un nuovo metodo di ricerca biologica, che offriva buone prospettive per risolvere i problemi fondamentali che mi appassionavano. Come vede, il mio passaggio da un campo all’altro è avvenuto più per cause emozionali che razionali; ma è una decisione che non rimpiango: in effetti, gli aspetti legati alla personalità giocano un ruolo non secondario nella ricerca.

 

Come spiegherebbe in modo semplice le caratteristiche del suo approccio?



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