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DIBATTITI/ Il biologo parla come un ingegnere. Ma sono solo metafore

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La "doppia elica" del Dna  La "doppia elica" del Dna
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Presto però ci si è scontrati con i limiti e i vincoli dell’approccio ingegneristico nel contesto cellulare. Le metafore potevano servire solo come ispirazione ma non reggono alla prova della complessità tipica della biologia. La Pauwels porta l’esempio dei sistemi genetici visti come circuiti elettrici, dove i geni vengono accesi e spenti: il paragone funziona fino a un certo punto; infatti, a differenza della luce che dipende solo da un flusso di corrente, l’attivazione di uno specifico gene dipende da numerosi parametri e l’incidenza di tutti i singoli fattori è molto difficile da evidenziare.

Ci vuole quindi elasticità e accortezza nell’uso delle metafore; ciò non toglie che esse si rivelino particolarmente efficaci soprattutto nel momento in cui si aprono nuovi settori di ricerca: qui la metafora mostra i suoi vantaggi come strumento adatto al dialogo e al trasferimento di concetti tra differenti discipline scientifiche.

I ricercatori sono abbastanza consapevoli dei limiti e dei rischi di un utilizzo troppo disinvolto del supporto metaforico. Al Wilson Center hanno addirittura messo in piedi un programma per sviluppare una strategia che, sulla base di competenze multidisciplinari, offra un modello da impiegare soprattutto nelle fasi di lancio di innovazioni tecnologiche.

I guai maggiori sorgono quando la metafora esce dal laboratorio e, magari passando attraverso la TV, finisce sui banchi di scuola. Qui la questione si fa più seria. Anche se i docenti hanno gli strumenti adatti a verificare “in diretta” l’impatto del linguaggio sulla mentalità degli studenti e possono cogliere sul nascere incomprensioni e fraintendimenti. Il punto, tutto da verificare, è che siano consapevoli del problema.



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