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BIOLOGIA/ Chi insegnerà a quei batteri a consumare meno energia?

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«Dovrei aspettare un tempo veramente lungo per vedere tutti questi legami dividersi», commenta England, il quale ha utilizzato questi dati per stimare il tempo necessario per osservare un’inversione spontanea della replicazione: l’ammontare minimo di calore necessario a un batterio per dividersi è poco più di un sesto di quello che la cellula di E. Coli produce realmente durante la replicazione. «Come fisico che cerca di contribuire allo studio della vita, ho trovato i suoi successi estremamente incoraggianti – ha commentato Carl Franck, professore di fisica presso la Cornell University - con eleganza, offre un’analisi quantitativa in un aspetto cruciale della materia vivente: la replicazione. Sta inserendo ciò che è semplice e interessante dentro qualcosa di estremamente complicato».

Ma quale può essere l’utilità di questo studio? Il risultato diretto della ricerca di England è che i batteri potrebbero crescere molto più rapidamente di quanto fanno ora e continuare a obbedire alla seconda legge della termodinamica. La velocità è così ridotta perché la replicazione è solo uno dei tanti compiti che una cellula deve svolgere. Per qualche applicazione biosintetica, si potrebbe al più pensare di creare qualche tipo di batterio che si divida un po’ più velocemente.

Lo stesso studio offre una giustificazione teorica al fatto che il DNA e non l’RNA si è evoluto come principale forma di materiale genetico. Il DNA è più resistente e non rompe spontaneamente i suoi legami, come fa l’RNA: questo, se da un lato, significa che l’RNA potrebbe avere un primo vantaggio rispetto al DNA perché cresce più velocemente, indica che a un certo punto, quando la vita è emersa sulla Terra, il DNA ha preso posto fisso e insostituibile. England sta lavorando anche sulle differenti tipologie di forze che potrebbero aver agito sui primitivi acidi nucleici; non solo: utilizzando lo stesso approccio teorico, sta cercando di modellizzare come cellule che si auto-replicano possano evolvere adattandosi a fluttuazioni ambientali.

E questo, se non ce ne fosse già abbastanza traccia in un numero notevole di persone coinvolte in tutto il mondo, è un segno di dove stia andando la ricerca in campo biologico, evolvendo lei stessa verso un approccio più fisico-matematico e permettendo una modellizzazione teorica insperabile solo pochi decenni fa. È proprio vero, come diceva il grande astrofisico Fred Hoyle che “nella scienza non sono importanti le risposte quanto le domande”, perché lo scienziato che pone la domanda giusta “esplora un pezzo nuovo dell’ignoto, e può, con un po’ di fortuna, ricondurlo entro i confini stretti, ma in espansione, di ciò che è noto”.



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