BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL PUNTO/ L’egogramma dello scienziato: ovvero, come la ricerca può cambiare lo sguardo

Pubblicazione:

Albert Einstein  Albert Einstein

L’esperienza compiuta in che senso appartiene a chi l’abbia vissuta? Cioè che tipo di riscontro umano, tecnico, scientifico, culturale, spirituale va a insediarsi nei transetti dell’esperienza della persona?Oppure quasi tutto si conclude con la consegna del lavoro alle stampe, liberandosi così di un fardello corposo, ma inadeguato a soddisfare il proprio desiderio di conoscenza? Poi si ricomincerà da un altro problema…. Quello che ho incontrato come geografo visitando il territorio, guardando gli oggetti, localizzandoli, raccogliendoli secondo la logica sistemica, è segno di una novità che tento di incastrare in una visione del mondo, oppure posso certificare un mio cambiamento dipendente dall’esperienza acquisita? Il cambiamento della dimensione culturale del ricercatore quando avviene? e sulla base di quali input? e poi, con quali connotati si attua?

 

Si tratta, forse, di un passaggio da una condizione di relativa ignoranza su un determinato fenomeno a una serie di fasi di processo del fenomeno stesso, attraverso valutazioni progressive in grado di rendere più evidenti i fattori costitutivi dell’evento che si sta studiando? A mio parere, se accade un cambiamento in chi osserva la realtà secondo un metodo scientifico, significa che è mutato il nostro modo di guardare e, se è davvero cambiato, non possiamo fare altro che riconoscere il valore dello sguardo, la cui consistenza è insita in una sorta di riscontro di ciò che un po’ alla volta diventa evidente, ma anche di una corrispondenza con la propria natura. È come se, per alcune specifiche sperimentazioni realizzate in ambito scientifico, fosse possibile percepire, nonostante la frammentazione degli oggetti esaminati, la loro appartenenza ad un unico sistema di riferimento, di dimensioni straordinarie, inarrivabili, se non per lampi di luce, rispetto al quale si avverte il significato della dipendenza dell’essere umano, così fragile, ma così stupefacente nella intuizione del pensiero rivolto a ciò che non può sperimentare, ma che sa esistere nella realtà. La visione antropocentrica, forse positivamente pensata per porre al centro dello sguardo l’esperienza razionale dell’essere umano, sembra lasciare sempre più spazio a un’idea di ciclicità processuale, dove la conoscenza è perennemente innescata da una curiosità, dilettantistica o geniale, a seconda degli individui, che tuttavia alimenta il motore della ricerca scientifica e, più in generale, quello della vita quotidiana.

 

L’impronta, dunque, credo sia disegnata negli itinerari della ragione che, oltre ad elaborare teorie e metodi per formulare criteri di giudizio, dispone di uno sguardo sulla realtà che si rinnova e si rigenera ogni volta che l’essere umano sia affascinato dalla bellezza di un evento, di un oggetto, di un’avventura, di una persona. “Se Dio tenesse chiusa nella mano destra tutta la verità e nella sinistra solo il desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse: “scegli!” Sia pure a rischio di sbagliare, per sempre e in eterno mi chinerei con umiltà sulla sua mano sinistra e direi: Padre, dammela! La verità assoluta è per te soltanto” (Gotthold Ephraim Lessing, Eine Duplik, 1778).



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.