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ROBOTICA/ Benvenuti nel regno degli animaloidi e dei plantoidi

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Un robot  Un robot
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Siamo messi sicuramente bene sia nel campo della ricerca che della produzione, dove abbiamo una tradizione di tutto rispetto. Abbiamo importanti centri di ricerca, oltre alla citata Pisa, a Genova con l’IIT e in altre Regioni, anche al Sud; e abbiamo molti spin-off universitari, cioè gruppi piccoli o meno che stanno brevettando nuove soluzioni in molti ambiti anche di frontiera, ad esempio in campo medico-chirurgico. Naturalmente non è facile il passaggio dalla sperimentazione all’ingresso sui mercati, per le difficoltà di sistema che ben conosciamo. Quindi potremmo sintetizzare così la nostra situazione nazionale: siamo messi bene ma non riusciamo a sfruttare a pieno tutte le doti che abbiamo.

 

E dal punto di vista della accettazione sociale di questa invasione robotica, cosa possiamo dire?

Dal mio punto di osservazione, vedo in generale un atteggiamento positivo che si sta facendo strada attraverso alcune diffidenze strutturali e storiche nei confronti della tecnologia; non siamo certo un Paese istintivamente entusiasta dell’innovazione. Posso dire quindi che non stiamo benissimo ma non particolarmente peggio di altri Paesi concorrenti.

 

La stretta convivenza con i robot, che ci si prospetta, quali problemi potrà crearci (o sta già creando)?

Non direi che ne stia già creando ma penso che potrà crearne in futuro. Specialmente dal punto di vista legale, normativo, c’è tutta una situazione che è ancora inesplorata; anche perché ancora oggi la persona media ha occasioni molto limitate di interazione e di contatto con i robot. Chi invece, per motivi professionali, ha contatti molto frequenti si accorge che ci sono tutta una serie di situazioni ancora non regolamentate che possono generare molti problemi. Esempio: quando un robot fa qualcosa di sbagliato, di chi è la colpa: del progettista, del programmatore, del costruttore, del proprietario? Sul versante più culturale, antropologico, un rischio che vedo è quello di una eccessiva fiducia nelle capacità della macchina, che tende ad abbassare la guardia da parte dell’uomo che deve pur sempre sovraintendere alle varie operazioni. Me lo sento dire, ad esempio, dai chirurghi che esaltano i grandi vantaggi degli interventi con i robot – maggiore precisione, minori complicazioni – ma notano la tendenza ad un utilizzo eccessivo, sproporzionato alle esigenze reali, con l’illusione che si possa loro attribuire un’autosufficienza illimitata, che porta a sottovalutare l’importanza essenziale della competenza umana e a sopravvalutare le capacità salvifiche della tecnologia. Quasi che a priori sia sempre meglio sostituire le mani umane con quelle robotiche. Penso che non debba essere sempre così.



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