BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Scienze

LETTURE/ In viaggio con Galileo e Feynman dai Sumeri ai tunnel del Cern

MARIO GARGANTINI ci presenta "Diavolo di una particella", il nuovo libro di Dario Menasce sul bosone di Higgs, la cosiddetta "particella di dio". Tutta la storia della scoperta

immagine d'archivioimmagine d'archivio

Finalmente un titolo adeguato al soprannome originale inglese del bosone di Higgs: non “particella di Dio”, come tutti purtroppo hanno imparato a conoscerla, ma “Diavolo di una particella”. Così infatti si intitola l’agile libro di Dario Menasce, che inaugura la nuova collana “Microscopi” della Hoepli. L’autore è un fisico milanese che ha partecipato all’esperimento CMS dell’acceleratore LHC del Cern ed è reduce dall’impresa esaltante della scoperta – fatta da CMS e da Atlas – dell’ormai celebre bosone, particella ricercata speciale da cinquant’anni e alla quale il premio Nobel Leo Lederman voleva affibbiare il nomignolo di “Goddamn particle”, appunto particella dannata, che poi per ragioni di marketing editoriale è diventato “God particle”.

Menasce ripercorre un lungo viaggio, in analogia con quello compiuto dall’umanità alla ricerca di risposte alla domanda circa l’origine e la natura della materia. Un viaggio che inizia in un villaggio dei Sumeri, con i primi tentativi, falliti, di produrre oro a partire da materiali di scarso pregio; un tentativo ripetuto per tanti secoli, che ha scatenato la fantasia degli alchimisti e il cui insuccesso viene spiegato nelle ultime pagine con un argomento che spazza via di colpo tanti interrogativi dubbiosi circa l’utilità della cosiddetta “scienza pura”.

Il commerciante sumero – commenta l’autore – sarebbe "orgoglioso di sapere che nel 1980 Glenn Seaborg riuscì a 'costruire' un migliaio di atomi d’oro rimuovendo protoni e neutroni da nuclei di banale bismuto usando tecniche di fisica nucleare. Come lo sarebbero stati Cagliostro e le generazioni di alchimisti che si sono scervellati per secoli in questo tentativo senza riuscirci, anzi, senza neppure avvicinarsi". La ragione – qui sta la finezza dell’argomentazione – è che cercavano di ottenere il risultato "facendo sostanzialmente ricerca applicata, mirando direttamente all’obiettivo pratico. Nessuno di loro poteva immaginare che le ricerche di Galileo, di Newton, di Maxwell, fino a quelle del secolo scorso alla base della Meccanica Quantistica, avrebbero un giorno permesso di centrare il bersaglio «pur essendo studi connessi a principi e idee molto astratti che, apparentemente, con la trasmutazione dell’oro nulla hanno a che vedere".

Apprezzabile è l’idea narrativa di raccontare un viaggio reale al Cern, dove Menasce conduce il giovane nipote Stefano, desideroso di vedere da vicino quei laboratori dove si è svolta la caccia al bosone e magari di capire un po’ meglio cosa sia questa fantomatica particella e perché la sua scoperta sia così importante. I due intraprendono quindi il viaggio entrando nei tunnel dove protoni e antiprotoni vengono via via accelerati, secondo una sequenza che ricorda quella dei diversi stadi di un razzo Apollo che porta in orbita il suo prezioso carico; fino ad arrivare “all’orbita”, che in questo caso è l’anello più grande, quello dei 27 chilometri dell’acceleratore LHC dove le particelle si scontrano a una temperatura 300.000 volte più alta di quella del nucleo solare, in un tubo contenente un vuoto più spinto di quello interplanetario e alla temperatura più bassa di quella del cosmo.

L’intento didattico della narrazione è fin troppo spinto, tanto da provocare una certa impazienza nel nipote – che si propaga anche nel lettore – il quale a più riprese, dopo le ampie pagine di approfondimento sui principali passaggi della storia, se ne esce con la domanda: “ma quando arriveremo a parlare del bosone di Higgs?”.