BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ In viaggio con Galileo e Feynman dai Sumeri ai tunnel del Cern

Pubblicazione:

immagine d'archivio  immagine d'archivio

Finalmente un titolo adeguato al soprannome originale inglese del bosone di Higgs: non “particella di Dio”, come tutti purtroppo hanno imparato a conoscerla, ma “Diavolo di una particella”. Così infatti si intitola l’agile libro di Dario Menasce, che inaugura la nuova collana “Microscopi” della Hoepli. L’autore è un fisico milanese che ha partecipato all’esperimento CMS dell’acceleratore LHC del Cern ed è reduce dall’impresa esaltante della scoperta – fatta da CMS e da Atlas – dell’ormai celebre bosone, particella ricercata speciale da cinquant’anni e alla quale il premio Nobel Leo Lederman voleva affibbiare il nomignolo di “Goddamn particle”, appunto particella dannata, che poi per ragioni di marketing editoriale è diventato “God particle”.

Menasce ripercorre un lungo viaggio, in analogia con quello compiuto dall’umanità alla ricerca di risposte alla domanda circa l’origine e la natura della materia. Un viaggio che inizia in un villaggio dei Sumeri, con i primi tentativi, falliti, di produrre oro a partire da materiali di scarso pregio; un tentativo ripetuto per tanti secoli, che ha scatenato la fantasia degli alchimisti e il cui insuccesso viene spiegato nelle ultime pagine con un argomento che spazza via di colpo tanti interrogativi dubbiosi circa l’utilità della cosiddetta “scienza pura”.

Il commerciante sumero – commenta l’autore – sarebbe "orgoglioso di sapere che nel 1980 Glenn Seaborg riuscì a 'costruire' un migliaio di atomi d’oro rimuovendo protoni e neutroni da nuclei di banale bismuto usando tecniche di fisica nucleare. Come lo sarebbero stati Cagliostro e le generazioni di alchimisti che si sono scervellati per secoli in questo tentativo senza riuscirci, anzi, senza neppure avvicinarsi". La ragione – qui sta la finezza dell’argomentazione – è che cercavano di ottenere il risultato "facendo sostanzialmente ricerca applicata, mirando direttamente all’obiettivo pratico. Nessuno di loro poteva immaginare che le ricerche di Galileo, di Newton, di Maxwell, fino a quelle del secolo scorso alla base della Meccanica Quantistica, avrebbero un giorno permesso di centrare il bersaglio «pur essendo studi connessi a principi e idee molto astratti che, apparentemente, con la trasmutazione dell’oro nulla hanno a che vedere".

Apprezzabile è l’idea narrativa di raccontare un viaggio reale al Cern, dove Menasce conduce il giovane nipote Stefano, desideroso di vedere da vicino quei laboratori dove si è svolta la caccia al bosone e magari di capire un po’ meglio cosa sia questa fantomatica particella e perché la sua scoperta sia così importante. I due intraprendono quindi il viaggio entrando nei tunnel dove protoni e antiprotoni vengono via via accelerati, secondo una sequenza che ricorda quella dei diversi stadi di un razzo Apollo che porta in orbita il suo prezioso carico; fino ad arrivare “all’orbita”, che in questo caso è l’anello più grande, quello dei 27 chilometri dell’acceleratore LHC dove le particelle si scontrano a una temperatura 300.000 volte più alta di quella del nucleo solare, in un tubo contenente un vuoto più spinto di quello interplanetario e alla temperatura più bassa di quella del cosmo.

L’intento didattico della narrazione è fin troppo spinto, tanto da provocare una certa impazienza nel nipote – che si propaga anche nel lettore – il quale a più riprese, dopo le ampie pagine di approfondimento sui principali passaggi della storia, se ne esce con la domanda: “ma quando arriveremo a parlare del bosone di Higgs?”.



  PAG. SUCC. >