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OTTICA/ Se allunghi il braccio, ci vedi meglio

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Qui a Firenze, da dove scrive l'autore di questo articolo, per molti anni l'unità di misura per la lunghezza è stata il cosiddetto “braccio fiorentino”, che corrisponde a circa 58 centimetri. Ancora oggi il cittadino o il turista che si trova a passare per via de Cerchi, in pieno centro storico, può trovare una lapide che era utilizzata come “campione di misura”.

Probabilmente però la scelta di utilizzare come sistema di riferimento per la valutazione di una lunghezza il braccio umano è qualcosa che affonda le sue ragioni nel funzionamento di base del nostro sistema percettivo. È questo il dato che emerge andando a leggere il recente articolo pubblicato da un gruppo di ricercatori riuniti presso il “Centre for Neuroscience and Cognitive Systems” della sede di Rovereto dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) sulla rivista Journal of Neuroscience.

I ricercatori hanno per prima cosa fatto un esperimento per capire quanto correttamente il nostro sistema visivo sia in grado di valutare la distanza a cui si trova un oggetto rispetto al nostro occhio. Come si trova su tutti i testi “classici” dedicati alla percezione visiva, il nostro sistema di visione valuta la distanza e quindi la posizione nello spazio tridimensionale di un oggetto grazie alla differente immagine che giunge al nostro cervello dai due occhi. È per questa ragione che, quando andiamo a vedere un film in 3D, ci vengono generalmente consegnati degli occhiali che hanno lo scopo di far arrivare sui due occhi due immagini diverse, entrambe proiettate sullo schermo (perciò se guardate il film senza occhiali 3D l'immagine risulta sfuocata).

Il primo dato ottenuto dai ricercatori è che questo meccanismo, basato sulla disparità di immagini dei due occhi, funziona alla perfezione quando gli oggetti si trovano alla distanza “naturale” che noi in genere utilizziamo quando vogliamo afferrare un oggetto. Quando la distanza a cui l'oggetto osservato non è quella ottimale per afferrare le cose, il nostro sistema visivo non è più così perfetto e sovrastima la distanza quando l'oggetto è più vicino mentre la sottostima quando l'oggetto è più lontano.

A questo punto il gruppo di ricercatori dell'IIT si è posto l'interessante domanda se il fatto che lo spazio tra noi e un oggetto veniva valutato alla perfezione proprio quando l'oggetto stesso era alla distanza consona per afferrarlo fosse legato alla lunghezza del braccio stesso. Per rispondere è stato allestito un sistema di realtà virtuale in grado di cambiare la percezione della lunghezza del braccio dei soggetti esaminati. In pratica i soggetti nel compiere l'esperimento vedevano il loro braccio come più lungo rispetto alla realtà.

Il risultato, estremamente interessante, è stato che, dopo un breve periodo di adattamento a questa nuova “lunghezza del braccio”, il sistema percettivo è in grado di adattarsi alla perfezione a questo cambiamento di scala, diventando di nuovo assai abile nel valutare le distanze di oggetti che si trovano a questa nuova distanza di “afferramento”.



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