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CERN/ Rappresentare l'invisibile: viaggio nell’architettura delle particelle elementari

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Particolare di LHC, foto Federico Brunett  Particolare di LHC, foto Federico Brunett

In questo percorso generale si possono evidenziare tre livelli di rappresentazione che gli scienziati elaborano per attuare il proprio iter di ricerca: il Disegno, come ordinamento di tracce grafiche sia nella lettura della configurazione dei fenomeni che nella progettazione degli esperimenti; le Immagini, come orditura complessa bi e tridimensionale dei dati raccolti fino a tessere uno spazio omogeneo visivamente percepibile; le Metafore – come ipotesi figurate o verbali per individuare scenari di ricerca su ambiti altrimenti indicibili eppur deduttivamente evidenti in ragione delle analisi finora condotte ( es.:  buchi neri energia o materia oscura).

Il tema della figurazione nelle scienza fisica risulta particolarmente significativo  in questo momento della sua storia in quanto i risultati alla scala microscopica (bosone di Higgs a LHC) riguardano ipotesi interpretative significative anche nella interpretazione a scala macroscopica nelle scienze cosmologiche che interpretano e ampie differenze tra ciò che potrebbe essere prevedibile nella configurazione dell’universo, ma che risulta alterato da forse e dinamiche di cui non siamo in grado di darci spiegazione in ragione delle conoscenze finora acquisite. 

Risulta infatti che la materia a noi nota non riguarda più del 4-5% dell’esistente nel cosmo, laddove almeno altre due grandi componenti “oscure” di massa ed energia risultano dover comporre gli equilibri e le dinamiche in azione a scala cosmica: le risposte a livello micro e macro sembrano poter convergere a una reciproca comprensione di fattori interpretativi di entrambi queste dimensioni apparentemente agli antipodi. 

Analogamente le figurazioni nel micro e nel macro ci appaiono straordinariamente convergenti nel rappresentare la probabile relazione tra le parti infinitesimali e quelle infinitamente grandi: fenomeni pur lontanissimi dalla nostra percepibilità– descrivibili solo attraverso potentissimi strumenti di indagine e di calcolo- risultano essere figurabili in sistemi dalla morfologie complesse, ma inaspettatamente affini, anche nella modellizzazioni generate da algoritmi digitali presumibilmente estranei alle nostre possibili influenze antropiche.

I punti di contatto tra l’arte e la scienza si riaffacciano nelle procedure della nuova iconografia digitale riaprendo una ricorsività antica e riconducibile ad un dibattito epistemologico d’era galileiana, laddove la bipolare preferenza tra l’analisi dei fenomeni in ragione dei dati in soli numeri o le a loro interpretazione in forma di immagini in figure visibili come visione analitica aggregata dei valori significativi, risulta essere un dilemma ricorrente nella forma mentis degli scienziati. 

In questo senso può essere adeguatamente ripresa la metafora di Narciso che si innamora della propria immagine, laddove nel rapporto tra scienza ed arti figurative le due discipline paiono accontentarsi di vedere sempre e solo il riflesso di se stesse, senza la capacità di riconoscere il volto altrui al di là del rispecchiamento virtuale che –solo apparentemente- le separa. 

Il concetto stesso del “vedere” si affaccia come un tema complesso che afferisce più alle dinamiche della “vision”, come capacità di comprendere il percepito, ben oltre alla visione come mera fenomenologia ottica; in questo senso la storia delle immagini concepite nella ricerca artistica da un lato e quelle generate per gli scopi della ricerca scientifica dall’altro risultano anticipare di diversi decenni le figurazioni che risultano poi divenire linguaggio condiviso e comune dalla società generale; dunque esplorare questi campi avanzati delle ricerca figurative è un campo interessante per prevedere prossimi linguaggi visivi condivisi. 

La “vision” risulta come pre-condizione intellettuale alla ricerca, ma anche alla stessa comprensione del dato percepibile. Le rappresentazioni realizzate per indagare la scala cosmica, esplorando spettri elettromagnetici ben lontani dal campo del visibile percepibili all’occhio, stanno producendo una serie di mappe estremamente interessanti di morfologie aggregate che rappresentano, pur in una sinossi comparativa esplicitamente approssimata ed empirica, delle analogie interessanti con le immagini dei mondi della fisica microscala. 

È perciò sempre più evidente come il tema della osservazione si configuri dunque da una esperienza inizialmente percettiva verso una capacità di interpretazione e produzione di immagini artefatte al fine di poter rappresentare dati complessi, dinamici e spazialmente configurati. Lo sguardo, pur messo in atto da un fenomeno recettivo della realtà visibile, è ben lungi dall’essere concepibile come un atto passivo e si rivela essere un atto intellettuale e mentale che le neuroscienze stanno sempre meglio interpretano - convalidando le archetipiche evidenze che le discipline umanistiche o le esperienze degli artisti hanno spesso descritto- come un intreccio tra intuizione prefigurativa e l’esperienza di un dato reale: senza una ipotesi interpretativa anche la rilevazione di un dato concreto può restare come inutile. 

In particolare nell’era della elaborazione digitale dei dati e delle immagini questa possibilità di “vision” trova degli strumenti particolarmente innovativi che stanno guadagnando un potere di conoscenza decisamente strategico, sia nella possibilità di poter comparare dati e informazioni di fonte e generazione totalmente eterogenei, ibridando elementi di realtà esistente con parti di realtà progettata o simulata o prevista. 

Se pensiamo all’ambito e alla scala dimensionale delle neuroscienze o della genetica, ci rendiamo conto delle possibilità innovative che le tecno scienze possono avere, laddove le medesime figurazioni digitali permettono di rappresentare la mappa stessa della nostra profonda identità biologica o nostri pensieri in azione: dunque una capacità di conoscenza e di controllo nell’ambito del sé che vive, della mente stessa dell’umano -al limite stesso nell’atto stesso del suo indagare- aprendoci ad un altro microcosmo che riguarda la nostra stessa identità. 

Si dischiude con queste tecnologie come un nuovo coefficiente interpretativo alla autocoscienza antropologica. E come sempre un sapere  è un potere, e un potere può divenire ambivalentemente un dominio o un servizio. 

Certamente anche la possibilità previsionale che i dati digitali sono in grado di elaborare pone di fronte a scenari molto interessanti in cui, più che poterci accertare se quello che si stia prefigurano sia vero o falso, potremmo domandarci se, quando e dove quanto ipotizzato potrebbe avverarsi. 

Rispetto a fenomeni dinamici complessi – perfino alla macroscale delle galassie laddove i sistemi computazionali dinamici previsionali sono in grado di calcolare, sulla base delle dinamiche aggregative della materia  quali potrebbero risultare le configurazioni di aggregati in cluster possibili (come ad esempio il programma di ricerca Bolshoi) l’estrema varietà dei fatti in natura ci pone il problema non tanto di accertare la corrispondenza tra ipotesi e riscontro concreto, ma della possibile falsificazione di una ipotesi interpretativa a fronte di una sterminata casistica di situazioni ancora ignote.



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