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MONTAGNA/Sotto la “neve nera” i ghiacciai alpini si sciolgono

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il Ghiacciaio dei Forni  il Ghiacciaio dei Forni
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Il sito scelto per le prime analisi è stato il Ghiacciaio dei Forni (Alta Valtellina, Lombardia) il più grande ghiacciaio vallivo italiano (11,36 km2), che occupa una delle più belle valli del Parco Nazionale dello Stelvio. Per valutare la velocità del processo di deposizione delle polveri, e quindi il tasso di annerimento del ghiacciaio, i ricercatori hanno anche provveduto a ripulire una porzione di ghiacciaio di un 1 m2, rimuovendo i primi centimetri di ghiaccio e delimitando quest’area per poterla nuovamente analizzare il mese successivo. Trascorsi 30 giorni i ricercatori sono tornati sul campo e l’area campione, in precedenza ripulita, appariva nuovamente coperta interamente da polvere nera di varia natura. Questa è stata campionata (asportando nuovamente i primi 2 cm di ghiaccio su tutta l’area di studio) e porta nei laboratori di UniMi dove è stata analizzata. Si è scoperto nell’arco di un solo mese la superficie glaciale è stata annerita da 210 g/m2. Se si estende questo valore per l’intera area di ablazione del Ghiacciaio dei Forni si ottiene un valore, tutt’altro che trascurabile, di 210 tonnellate di polvere al mese! Questo valore, inoltre, permette di comprendere appieno l’impatto del fenomeno black carbon sui nostri ghiacciai.

Questo nuovo metodo, che ha già portato a risultati ottimi, può però essere applicato ad un solo ghiacciaio alla volta, poiché i rilievi sul campo della copertura detritica e della riflettività sono vincolanti e possono estendersi al massimo alla scala di qualche centinaio di metri quadri di ghiaccio. La sfida attuale è quindi quella di effettuare l’analisi delle polveri superficiali nello stesso momento e su un intero gruppo di ghiacciai.

Per rilevare in poco tempo e con grande dettaglio estese aree glaciali ci vengono in aiuto gli strumenti di monitoraggio spaziale, ovvero i satelliti che orbitano intorno al Pianeta e periodicamente acquisiscono immagini ad alta risoluzione, e i droni, piccoli apparecchi controllati da remoto che acquisiscono immagini ad alta risoluzione nelle diverse bande spettrali. Utilizzando questi strumenti in poco tempo si può descrivere la copertura di polvere e detrito fine su un intero ghiacciaio o su un intero gruppo glaciale e da qui ottenerne la capacità di riflettere e assorbire energia e, di conseguenza, prevederne la fusione.

Il protocollo di analisi delle immagini satellitari e di foto acquisite dal drone è stato appena sviluppato dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e verrà perfezionato e applicato all’intero campione alpino grazie al prezioso sostegno di Levissima, società che ormai da sette anni si prende cura, attraverso sostegni alla ricerca sperimentale ed applicata, del “cuore freddo” delle Alpi.



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