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ALLUVIONE GENOVA/ Francani (geologo): perché non rifondiamo la Protezione Civile?

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Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

In sostanza, esiste una cartografia delle zone potenzialmente soggette a eventi traumatici. D’altra parte i territori da gestire spesso sono enormi e sottoposti a continue modifiche e alla variabilità degli agenti naturali. Quello che manca allora è qualcuno che sappia e possa decidere dell’urgenza degli interventi e solleciti chi di dovere ad attuarli. È il ruolo che qualche tempo fa era assolto dalla Protezione Civile che però ora non ha più queste funzioni. Manca questo passaggio intermedio.

 

La comunità scientifica ha qualche ruolo, qualche responsabilità?

Per cambiare la situazione si richiede proprio l’intervento della comunità scientifica: sarebbe il modo migliore per colmare questo gap. Negli anni ‘80 e ‘90 è stato così: il ministero per l’Ambiente stanziava dei fondi per la ricerca universitaria per studiare i territori a rischio; si era costituito il Gruppo Nazionale Catastrofi che ha fatto un buon lavoro. L’interlocutore era la Protezione Civile che prendeva in carico alcuni territori particolarmente esposti e varava dei progetti di sistemazione. A mio parere, bisognerebbe riprendere quel metodo e quella pratica: ripotenziare la Protezione Civile, stanziando fondi adeguati; rifondarla, con delle regole precise. È una questione di organizzazione; si tratta di attivare un iter virtuoso in cui le università svolgono le ricerche e individuano luoghi a rischi e tempi previsti per le potenziali calamità; poi trasferiscono questi dati alla Protezione Civile la quale, avendo i fondi disponibili, può agire.

 

Gli altri paesi in casi del genere come si comportano? Possiamo prendere esempio?

Nella maggior parte dei casi seguono il modello che ho appena indicato. C’è questa “catena di montaggio” della ricerca, la quale analizza le situazioni e indica cosa bisognerebbe fare; ci sono poi degli enti governativi che prendono in carico tali indicazioni e operano sul campo. C’è una cinghia di trasmissione molto robusta tra università e altri organismi; c’è una comunicazione continua ed efficace che consente a tutti gli attori di entrare in gioco, fronteggiando anche le situazioni più critiche. Come è stato, lo ripeto, anche da noi per un certo periodo; quando si vedevano scendere in campo tutti i soggetti coinvolti: lo Stato mandava i suoi uomini, le Regioni mandavano i loro, i magistrati si interessavano, la ricerca faceva la sua parte. Insomma, c’era tutto un insieme di scambi tecnici, culturali e informativi attraverso canali che oggi sarebbero da ripristinare.

 

(Mario Gargantini)



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