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BIODIVERSITÀ/ Non basta un codice a barre per sapere se le specie diminuiscono

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Per evitare il faticoso e ingrato studio morfologico delle nuove specie sono stati inventati i più svariati surrogati:la taxonomic sufficiency, che postula che la biodiversità presente in un ambiente possa essere valutata classificando gli organismi a livelli tassonomici sovraspecifici (molto più semplice e rapido) oppure il bar coding,che attribuisce un codice a barre ad ogni specie determinata in base alla sequenza nucleotidica di un dato gene ottenuto da un estratto di un certo esemplare (lo sa fare rutinariamente un tecnico di laboratorio che, su basi morfologiche, non distingue una sardina da un’acciuga). Tutto questo, ovviamente, ha condotto a risultati interessanti ma non ci aiuta molto quando vogliamo sapere se, nell’ultimo anno, le specie di insetti presenti del giardino di casa sono aumentate o diminuite (pensate a maggior ragione agli insetti della Papuasia o della Patagonia cilena). 

Speriamo che dalle conclusioni del meeting Koreano parta un’inversione di tendenza della ricerca mondiale per evitare che “I futuri storici della scienza debbano descrivere una crisi nella ricerca della fine del ventesimo secolo: l’estinzione dei sistematici, dei naturalisti, dei biogeografi, di coloro che avrebbero potuto raccontare la storia del potenziale decremento della biodiversità”  (, J. T. 1993. Neoextinctions of marine invertebrates. Amer. Zool. 33:499-509).



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