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NOBEL MEDICINA 2014/ Un navigatore nel cervello ci dice come muoverci, ma non perché

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In entrambi i casi le ricerche sono state condotte senza utilizzare gli straordinari strumenti che oggi i neurofisiologi hanno a disposizione per esplorare l’attività cerebrale: i loro primi esperimenti sono stati eseguiti applicando degli elettrodi e inserendo dei sensori in profondità in grado di rilevare l’attività neuronale. Oggi c’è la possibilità di impiegare sensori miniaturizzati che permettono di indagare più in dettaglio la complessità di questi circuiti.

Gli stessi tipi di studi sono stati condotti su molti altri animali e qualche esperimento è stato fatto anche sull’uomo, durante qualche intervento chirurgico: tutti hanno confermato che questo sistema di mappatura della realtà spaziale è comune a tutta la vita animale. «Ciò non sorprende più di tanto: la vita animale ha tra le sue caratteristiche tipiche quella di potersi muovere; quindi è naturale che abbia un sistema interno che garantisca la consapevolezza di dove sta andando quando si sposta». 

È evidente che gli animali sanno muoversi nello spazio, sanno riconoscere vari elementi dello spazio: basti pensare ai casi di animali che sanno ritornare a casa anche se vengono trasportati a molti chilometri di distanza; oppure si pensi alla straordinaria capacità dell’uomo di orientarsi, in tante situazioni diverse. Anche il fatto che questo abbia dei corrispondenti meccanismi a livello neurologico non deve sorprendere; anzi, deve per forza essere così: non esiste infatti nessuna facoltà umana che non abbia un corrispettivo a livello cerebrale, perché l’uomo non è separabile dal suo corpo e dal suo cervello. L’importanza della scoperta di O’Keefe e dei Moser è di aver capito dove e come si attiva il nostro cervello per permetterci tali facoltà; nel caso specifico, per consentirci la localizzazione.

Sarebbe però indebito andare oltre. Ceroni ci fa notare una certa forzatura nei primi commenti all’annuncio del premio e nel modo con quale molti media l’hanno diffuso. «Si suggerisce, più o meno esplicitamente, che queste scoperte ci permettono per la prima volta di conoscere la causa che produce le funzioni che ora sappiamo così bene visualizzare. È un’ulteriore manifestazione di una tendenza molto diffusa quando si parla di neuroscienze: come se il cervello fosse la causa di tutto, così che, conosciuto il cervello noi possiamo automaticamente conoscere i comportamenti umani. Aver visto nel cervello la localizzazione di certe funzioni non significa aver trovato la causa di tali funzioni. Stiamo solo iniziando a capire la modalità con cui il cervello permette che queste espressioni abbiamo luogo, ma non la causa che le genera».



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