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NEUROSCIENZE / Il mistero dell'autocoscienza: difficile svelarlo in laboratorio

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Quello dell’autocoscienza sembra essere il nocciolo duro della questione della coscienza…

Sì. Sull’autoconsapevolezza - di cui si parla molto nel libro “La coscienza” di cui si discuterà domani sera al Centro Culturale di Milano - è molto più difficile indagare scientificamente perché riguarda fondamentalmente l’esperienza soggettiva. Qui i metodi citati prima iniziano a dirci qualcosa ma il problema è molto più vasto di quello che può essere affrontato con i metodi sperimentali.

Le tecniche di indagine basate sulle immagini cerebrali hanno fatto enormi passi avanti negli anni recenti, tanto che qualcuno parla di lettura del cervello invece che di lettura della mente. Si può misurare il livello di coscienza di una persona? Capire di che cosa è consapevole? Come facciamo a dire che una persona è cosciente?

Tipicamente esaminando il suo comportamento oppure parlando con lei; il linguaggio è evidentemente lo strumento privilegiato. Questo però crea problemi nei casi in cui il tramite del linguaggio è inaccessibile: come nel caso dei bambini molto piccoli o di pazienti che non possono parlare o degli animali. In questi casi gli sviluppi più interessanti sono dati dalla possibilità di correlare consapevolezza ad attività cerebrale, cioè di dedurre il suo stato di consapevolezza dall’analisi della sua attività cerebrali tramite le neuroimmagini. Qui ci sono sviluppi molto interessanti che riguardano il versante sperimentale: oggi possiamo con notevole precisione individuare quello che un soggetto sta vedendo in base all’attivazione cerebrale attraverso la Risonanza Magnetica Funzionale. Non è che vediamo le immagini che lui vede ma, attraverso processi statistici abbastanza complessi, possiamo fare delle scommesse su ciò che sta vedendo. o addirittura, secondo studi recenti, possiamo fare delle inferenze sulle parole alle quali il soggetto sta pensando.

Vuol dire che possiamo leggere nella mente degli altri?

Beh, questo è il modo in cui in genere vengono “venduti” questi risultati. In effetti su questo piano bisogna dire che siamo a dei livelli molto primitivi; molti di studi, ad esempio, riguardano gruppi di soggetti e non rivelano perciò la mente del singolo. Ci sono esperimenti molto interessanti su pazienti con lesioni a una parte del cervello, dove i soggetti se vedono uno stimolo a sinistra o a destra sono in grado di riconoscerlo ma se ne vedono due contemporaneamente da ambo le parti riconoscono solo quello relativo alla parte non lesa. Se però si esamina la corteccia visiva, cioè quella che riceve le informazioni, si vede che lo stimolo è arrivato anche nella parte di cui il paziente non è consapevole; il fatto è che il quel punto il segnale resta come confinato mentre dalla parte che viene riconosciuta si diffonde e innesca una cascata di attività neuronali. Tutto ciò solleva poi tutta una serie di importanti problemi interpretativi.

Ci sono quindi notevoli limiti anche nell’utilizzo di queste avanzate tecniche di indagine?



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