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NEUROSCIENZE / Il mistero dell'autocoscienza: difficile svelarlo in laboratorio

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Certamente, i limiti sono evidenti; perché il grosso rischio di cui bisogna essere pienamente consapevoli è che si sta facendo una specie di inferenza inversa: vale a dire, vedendo un certo tipo di attività cerebrale noi deduciamo che probabilmente il soggetto sta pensando a un certa cosa, oppure, vedendo l’attivazione dell’amigdala, che è una struttura dell’emozione, deduciamo che il soggetto sta vivendo delle emozioni. Il problema è che dovremmo essere sicuri che all’attivazione di questa parte corrisponde sempre e solo, univocamente, un tipo di esperienza; ciò non è per nulla scontato: ad esempio l’amigdala si attiva anche per altri meccanismi.

Oggi però, soprattutto nei media, c’è un’esasperazione e un’esaltazione delle potenzialità di questi metodi: sembra che ormai la mente umana sia prossima a non avere più segreti…

In effetti, da un lato c’è un entusiasmo immotivato, spesso basato su cattiva informazione; dall’altro però ci sono reazioni ideologiche e pregiudiziali. Personalmente ritengo che sia importante divulgare correttamente tutte le nuove possibilità che si stanno aprendo, senza timori o preconcetti negativi verso queste metodologie. Stiamo affrontando problemi che sono estremamente delicati e complessi ma è giusto, a mio avviso, che proviamo ad affrontarli. Il punto è che poi questi tentativi vengano raccontati con precisione, rendendo palesi i limiti e le difficoltà di interpretazione di molti risultati sperimentali. Il problema del rapporto tra il cervello e l’attività mentale è uno dei più interessanti da approfondire ed è quello dove ci sono stati gli avanzamenti più rilevanti negli ultimi decenni. Sono convinto che sia molto importante studiare tutti questi fenomeni, senza preclusioni o riserve. Certo ci vuole una comunicazione corretta, evitando che circolino notizie del tipo: la risonanza può diventare una “macchina della verità”; sono affermazione che contengono solo una minima parte … di verità.

Non ritiene che anche da parte dei ricercatori ci sia spesso un approccio riduzionistico a questi temi, che accentua o assolutizza gli aspetti cerebrali e neurobiologici?

Secondo me cercare di capire come il cervello rende possibile l’attività mentale non è riduzionismo. Il riduzionismo è sostenere che questo è l’unico processo valido, che è l’unico modo di studiare la mente. Se io arrivassi a conoscere anche tutto sulla relazione tra l’amigdala e le emozioni, non per questo sarebbe meno interessante e utile studiare il contributo della letteratura o della filosofia. Si tratta di approcci differenti, che ci danno tante informazioni e portano una ricchezza sul piano conoscitivo. Tutti gli aspetti dell’espressività umana contribuiscono formarci un quadro di quella che è la coscienza. L’aspetto negativo non è il cercare di capire quali sono i correlati neurologici anche di espressioni e attività umane più complesse. Negativo è quando si riduce tutto a quel solo aspetto e lo si considera come unico valido.

Ad esempio?

Le faccio un esempio concreto: se mi occupo di neuroeconomia, come mi è capitato di fare, e penso di poterlo fare solo dal punto di vista cerebrale, senza collaborare con degli economisti faccio un’operazione sbagliata perché inevitabilmente porrò ai miei metodi e alle mie tecnologie delle domande inadeguate che quindi vanificheranno il responso sperimentale. L’esempio si può applicare a tutti i campi; forse anche alla filosofia. In ogni caso, ripeto, non è che quando avremo capito le basi cerebrali delle decisioni in materia economica allora avremo risolto ogni problema. L’importante è avere ben chiare le distinzioni tra gli approcci e non confondere i livelli dell’indagine.

(Mario Gargantini)




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