BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

DISSESTO IDROGEOLOGICO/ Un’idea: applicare i “muri di gomma”, meglio se d’accordo con l’assicurazione

Pubblicazione:

Immagine di archivio  Immagine di archivio
<< Prima pagina

 Ma cosa c’entra in tutto questo il tema delle assicurazioni? «Al di là di quello che fa o non fa lo Stato per intervenire sul territorio, le assicurazioni potrebbero costituire un volano reale per invertire l’attuale tendenza, sovvenzionando opere di difesa che riducano il rischio (visto che sulla riduzione del pericolo è molto più difficile agire)». L’idea, sembra di capire, è che un’assicurazione investa certe somme, anche considerevoli, sugli edifici dei suoi assicurati in zone di rischio (o anche fuori da tali zone) in modo che al capitare di un evento non si verifichi il corrispondente danno. A conti fatti, eviterebbe di spendere somme comparabili in risarcimenti; senza contare il risparmio per la collettività in termini di disagi, di danni e di vite umane.

 Gli esempi che vengono dall’estero, al solito, sono illuminanti. «Da noi tutti si aspettiamo che sia lo Stato, d’ufficio, a pagare i danni di una alluvione. In molti Paesi invece, dove lo Stato da anni non interviene come in Italia, il sistema assicurativo si è evoluto e propone, persegue, facilita la messa in campo di strumenti di difesa passiva per gli eventi alluvionali che, come si diceva, hanno effetti molto differenti anche in ambiti limitati. Ad esempio esistono dei veri e propri muri di gomma da porre attorno a un edificio in campagna che, quando arriva l’onda di piena, si auto-riempiono di acqua e formano una diga che crea un’isola asciutta all’interno di un territorio allagato. Questo andrebbe benissimo per quelle aree come il padovano e il parmense dove i fiumi hanno un letto più alto del piano di campagna limitrofo (in genere le aree bonificate) e quando si rompe un argine si allagano chilometri quadrati con acqua fino a un’altezza di qualche decina di centimetri». 

 Al Politecnico stanno facendo delle simulazioni su dati di specifici eventi e sui relativi rimborsi effettuati per dimostrare come all’assicurazione anziché rimborsare il danno sarebbe convenuto investire gli stessi soldi (e spesso di meno) per “pagare” ai privati il sistema di difesa. «Ovviamente con l’obbligo del privato di attivarlo quando necessario. Qui possiamo vedere un nuovo concetto di allarme, che dovrebbe essere dato non per sapere che ci saranno grandi piogge ma per attivare una misura di difesa. Adesso invece al massimo ci dicono “salite sui tetti così non annegate”».

 Questa strada, osserva il professor Guzzetti, oltre a far guadagnare l’assicurazione, perché spende meno a fornire le misure di difesa che a pagare i danni, «genera un costo sociale nettamente inferiore perché attiva la popolazione (quindi è educativo) e impedisce le situazioni calamitose che al di là del danno hanno effetti umani pesanti».

Si pensa ad esempio quanto poco possa costare fornire apposite paratie (tipo quelle per l’acqua alta di Venezia) da installare in caso di esondazione rispetto ai danni che la stessa esondazione provocherà. Anche il costo dell’assicurazione sarebbe inferiore e si instaurerebbe un meccanismo per cui ognuno sa che se non mette la paratia fornita dall’assicurazione non avrà diritto agli eventuali rimborsi per danno. 

 Non si tratta di idee tanto peregrine. Un po’ tutto il sistema assicurativo si sta svegliando su questi argomenti. «Un altro esempio è quello del verde: in certi Comuni le assicurazioni coprono l’amministrazione pubblica dal rischio di caduta alberi (cioè rimborsano se un albero cade su di una auto) e magari assicurano anche l’automobilista colpito e quindi pagano in ogni caso quando capita un evento. All’assicurazione converrebbe molto di più abbassare entrambi i premi e quindi incassare di meno con però la certezza che, a pari fenomeno, il rischio di caduta alberi sia eliminato attivando, ad esempio, apposite operazioni di monitoraggio sulle caratteristiche meccaniche di ciascun albero».

Chissà se soluzioni del genere riusciranno a farsi strada, superando le radicate abitudini “all’italiana” a trovare scappatoie e ad aggirare i problemi! 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.