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INNOVAZIONE/ Premiata a Londra l'idea luminosa del professor Di Trapani

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Il sistema CoeLux  Il sistema CoeLux

C’era una lunga coda l’altro giorno, nella prestigiosa location del Troxy a Londra, per vedere da vicino l’innovazione dell’anno nel campo delle sorgenti di luce. L’occasione era la proclamazione dei premi Lux Awards 2014, assegnati nell’ambito dell’evento Lux Live dalla Lighting Industry Association inglese; e la maggiore curiosità si è indirizzata verso uno dei vincitori arrivato dall’Italia: il sistema CoeLux, realizzato dall’omonima società nata come spin-off dell’università dell’Insubria di Como, fondata e diretta dal professore di fisica Paolo Di Trapani. A lui ilsussidiario.net ha chiesto di raccontare come è giunto all’importante risultato.

 

Professor Di Trapani, come è maturata l’idea che ha portato al sistema CoeLux?

L’idea si è sviluppata attraverso una sperimentazione di oltre dieci anni, passata attraverso la realizzazione di una serie di exhibit per delle mostre che abbiamo esposto in diverse occasioni. La provocazione era venuto dalla lettura di un libro del 1937 dell’astronomo olandese Marcel Minnaert, Light and Color in the Outdoor, dove erano ben spiegati i meccanismi che sono alla base dei più spettacolari fenomeni ottici naturali come la sovrapposizione di ombre, gli arcobaleni, le albe e i tramonti e così via. Avevamo letto con entusiasmo quel libro, io e mia moglie, ma ancora nel 2001 non riuscivamo a “vedere” all’opera nella natura queste spiegazioni; e la cosa non ci lasciava tranquilli. Era una sfida da raccogliere.

 

E cosa avete fatto?

Mi sono messo in laboratorio e ho provato a ricostruire i fenomeni seguendo le precise spiegazioni contenute nel testo di Minnaert. Il risultato è stato duplice: la prima cosa è che in laboratorio tutto funzionava esattamente come nel libro, quindi l’autore aveva visto giusto; ma il fatto più sorprendente è stata la scoperta che, andando alla finestra, tutto ciò che era così ben spiegato era lì, davanti ai miei occhi. Era l’evidenza che la scienza, come l’arte, permette di mettere in scena la realtà e così di accorgerti di cose che non avevi mai visto.

 

Da lì come si è passati a Coelux?

Le scoperte fatte in laboratorio si sono tradotte negli exhibit delle mostre, dove era ben evidenziato il nesso tra esperienza e opera d’arte e come la tecnologia poteva colmare il gap tra le due. Data anche la grande e positiva risposta del pubblico, abbiamo pensato di valorizzare questo risultato attraverso la realizzazione di un prodotto, per consentire a tutti di averlo a disposizione sempre, non solo in mostra. Il primo passo è stato la realizzazione di un “cielo solido”, cioè la possibilità di avere un materiale che, grazie alle proprietà delle nanoparticelle, potesse realizzare le fluttuazioni di densità che nell’atmosfera sono create dal movimento delle molecole d’aria e che ciò fosse producibile con spessori di qualche millimetro. A questo siamo arrivati nel 2008, ottenendo il brevetto. Abbiamo quindi deciso di fondare un’apposita azienda, la CoeLux: una start-up che ci ha consentito di accedere ai fondi europei del VII Programma Quadro; quindi, a differenza dei procedimenti soliti, siamo riusciti a sostenere il processo di sviluppo della tecnologia con finanziamenti pubblici.

 

Fatto il cielo, dovevate poi fare il Sole. Come è avvenuto questo secondo passo?

Il secondo passaggio strategico e complesso di questa tecnologia è appunto il Sole: ci vuole infatti qualcosa che illumini il cielo così ricostruito; qualcosa che abbia le proprietà spettrali della luce solare, che riesca ad attivare la diffusione cosiddetta di Rayleigh e abbia la direzionalità voluta per illuminare lo spazio che ci interessa; naturalmente doveva essere un sistema a LED. Dopo circa due anni di duro lavoro, siamo arrivati a realizzare il nostro Sole a LED, costruendo tutto noi, dalle schede elettroniche a tutte le ottiche, primaria e secondaria.

 

Infine?

Il terzo e ultimo stadio è stato lo sviluppo del sistema ottico che consenta a chi guarda questo cielo e questo Sole di percepirli a una distanza pressoché infinita, come ci accade nella comune esperienza in natura. Abbiamo realizzato un sistema che, con un “gioco di prestigio”, fa sì che le caratteristiche della luce, superata una certa soglia, inducano un effetto ottico per il quale il nostro cervello interpreta l’insieme dei segnali ricevuti come provenienti da un cielo profondo e da un Sole a distanza sconfinata. Quindi l’osservatore vede il dispositivo, che è una finestra, a pochi metri ma percepisce la sorgente luminosa come lontanissima.

 

Quali sono le conseguenze di tale situazione?



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