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ALLUVIONE LIGURIA/ Il problema "a monte" degli straripamenti: tutta "colpa" dei boschi

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La principale criticità "è rappresentata dalle piante invecchiate, che cascando a valle (“effetto domino”), formano cumuli lungo i corsi d’acqua che costituiscono un ostacolo al deflusso delle acque. Al verificarsi di eventi metereologici di entità straordinaria, tali cumuli possono comportare vere e proprie ostruzioni all’alveo dei rivoli che, oltre a deviare il percorso originario di questi ultimi (effetto diga), rilasciano la cosiddetta “ondata armata” (acqua con trasporto solido di piante e flottanti vari)" (. Consiglieri, presidente dell’ordine dei dottori agronomi e dei dottori forestali di Genova e Savona).

Le precedenti dichiarazioni sono tratte da un documento del 15 novembre 2011, dopo le alluvioni di quell'anno. mai è successo di nuovo? 

Per  le stesse ragioni per cui non se ne è parlato e, sostanzialmente, non se ne parla nemmeno ora. 

La politica: non c'è dividendo politico nel tema del bosco, né per chi è al governo - meglio restare sul terreno ben conosciuto delle grandi opere da varare in muscolare risposta ad ogni emergenza - né per chi è all'opposizione - per la quale parte subito il riflesso meccanico della ricerca dei colpevoli da impalare (l'ultimo grido sono i condoni). Il dramma dei boschi non è telegenico, e, all'ingrosso, la politica proprio non è in grado di vederlo. Non il "dissesto idrogeologico", formuletta  che ha esaurito la sua capacità di significato passando da una dichiarazione all'altra come un contagio, e che proprio perciò nei discorsi dei politici non manca mai, ma quel problema preciso descritto sopra dagli agronomi: la politica non sa che farsene.

Poi la Pubblica Amministrazione: un mastodonte ben poco capace di rivolgersi positivamente alle necessità del bosco. Non perché tra il personale addetto non ci siano persone anche molto competenti e financo volonterose, ma la superficie boscata è enorme e, appunto, piuttosto selvatica, ed eccede la pretesa di poterla governare per via amministrativa, secondo lo schema comando-sanzione. Negli anni si sono stratificati, come in molti altri campi, provvedimenti di ogni ordine e grado dando origine a quel groviglio regolamentare che dicevamo, più inestricabile del bosco profondo. La mano pubblica ha progressivamente accentrato e avocato a sé la maggior parte delle decisioni riguardanti il bosco, marginalizzando la presenza dei privati, ma proprio per questo non possono poi esserci decisori in grado di caricarsi di responsabilità così ampie e pesanti, per cui il processo decisionale ed esecutivo si fraziona  e si diluisce, e pazienza se poi tutto si paralizza senza scampo. Anzi: dopo ogni emergenza, mentre si inaspriscono i regimi e si aumenta il livello dei requisiti pretesi, le autorità tra cui scindere la responsabilità si moltiplicano in ampiezza di attribuzione e profondità gerarchica. Chi decide è sempre più lontano da coloro sui quali la decisione ricade. Nella presunzione ortopedica di riformare gli amministrati, in realtà li si induce a ritirarsi sempre di più, oppure li si spinge verso comportamenti più o meno illegali. Così, persino interventi semplicissimi come tagliare le canne, consuetudine che mentre sopperiva materiale necessario alla coltivazione dell'orto provvedeva alla pulizia del letto del fiume, diventa un comportamento punibile, e tra la gente si fa strada la convinzione che per ripulire da piante e relitti il letto del fiume sotto casa propria (come si era sempre fatto) sia necessaria una autorizzazione, e rinuncia.

Opinion maker e media: le vestali della coscienza collettiva hanno la loro parte di colpa. Prendiamo una recente lodevole iniziativa da parte della Regione Liguria (assessore all'agricoltura Giovanni Barbagallo), quella di affidare alcuni boschi ai privati: 7 mila ettari di querceti, castagneti, faggeti, abetaie, e pini marittimi, finora abbandonati a sé stessi, gratuitamente a chi, oltre a sfruttarne le risorse, si obblighi a fare manutenzione. Il WWF  l'ha condannata  in quanto “privatizzazione ai fini di profitto di un patrimonio affidato alla mano pubblica”. Pubblico e privato “non possono coesistere visto che il primo tutela la biodiversità, i beni naturali, la difesa del suolo, la fruizione controllata da parte della collettività mentre il secondo è animato solo da esigenze di profitto”. Ecco la fotografia perfetta dell'atteggiamento ideologico "a monte" di tante conseguenze nefaste. In realtà, poi, la mano pubblica dovrebbe intervenire dove la responsabilità dei privati direttamente non arriva (sussidiarietà), e non richiedere l'intervento dei privati dove non arriva lei (e comunque, perché il WWF non si candida a prendere concretamente in gestione qualcuna di quelle aree, seguendo l'esempio di alcuni grandi associazioni ambientalistiche americane, invece di pretendere di imporre a tutti la propria visione delle cose?). 

Opinione pubblica: sempre più ingabbiata nel quadrante compreso tra le due coordinate infernali: il risentimento astioso (le colpe della cementificazione, della corruzione....) e la mitologia (il "verde", la "messa in sicurezza" ....), come se all'esproprio della facoltà sociale di fare e di essere personalmente responsabili corrispondesse il diritto di non avere più nessun problema.  Con il risultato di spingere politici ed amministratori verso priorità e scelte in gran parte inutili quando non dannose. E il cerchio, purtroppo, si chiude.

Poi certamente, non sono mancati comportamenti riprovevoli da parte di amministratori e cittadini, ma finché le cose non verranno guardate nella giusta prospettiva, andremo sempre peggio, salvo inventarci colpevoli  di comodo, come il riscaldamento climatico, che ci sarà pure, ma su un territorio vissuto e vitale non porterebbe poi a eccessivi sconquassi. Invece dell'uragano repressivo invocato su ogni chat e in ogni bar, sarebbe magari più utile capire perché si sia costruito in un certo modo, compreso chi ha costruito la propriaabitazione: sono cambiate le situazioni? in seguito a cosa, precisamente? La sacrosanta aspirazione a costruirsi una casa migliore come mai non ha trovato una collocazione più adeguata? Indagini da fare laicamente, senza avere già le risposte in tasca. Di qui allora si potrebbe ripartire per gestire meglio la situazione, isolando molto più facilmente i comportamenti patologici.

No alle "guerre sante", sì a una lettura "laica" delle cose. 

Per esempio prendendo atto del fatto che sulla costa ligure incombono due realtà immense, il mare, innanzi tutto, ma dall'altro lato il bosco. I nostri antenati che qui vissero erano abituati a correre dei rischi, e costruirono i loro insediamenti come costruivano le loro barche, cercando di ridurli, senza la pretesa di eliminarli. Ci riuscirono anche bene, sperimentando le migliori soluzioni disponibili. Dovremmo riprendere a fare altrettanto.

Azzardiamo qualche suggerimento:

Concentrarsi su alcune opere difensive, magari poche per volta ma eseguite bene in tempi rapidi. Procedere ad un profondo ripensamento complessivo regole amministrative (in difetto del quale i singoli provvedimenti anche validi, sono destinati a perdere gran parte dell'efficacia), dove veramente "less is more".  Ma soprattutto favorire la ripresa di contatto con il bosco, anche con il riformarsi di un interesse economico, cioè compatibile con la quotidianità delle persone . Per esempio, con una rete di centrali a biomasse forestali (con incentivi miranti non tanto a premiare la produzione di energia rinnovabile quanto a sostenere i costi per ricominciare da capo una gestione del bosco),relativamente piccole, per non richiedere grandi spostamenti di legname in un regime di filiera corta, al fine di contribuire a far fronte ad una buona parte del costo di risanamento del bosco. Oppure, con la ripresa di estrazione e la lavorazione di legname da carpenteria o falegnameria, o con la riproposizione in chiave moderna di prodotti alimentari tipici... 

 



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COMMENTI
25/11/2014 - Avere cura (Daniela Blandino)

Sono anche io convinta che se i boschi fossero curati molti disastri sarebbero evitati o per lo meno contenuti. Ma cosa vuol dire curare? Curare un bosco vuol dire tagliare le piante malate e vecchie e accertarsi che i nuovi germogli ripopolino il bosco. Vuol dire ripulire sentieri e strade e torrenti. Veramente un grosso lavoro che implica conoscenze scientifiche e tecniche che probabilmente i nostri nonni possedevano per tradizione. Ma oggi tutto ciò che ha un vago sentore di scienza e tecnica viene relegato in un angolo: roba difficile per chi ne capisce. E prendono piede convinzioni spesso romantiche sulla salvaguardia della natura e del verde. Come in una piazza vicino a casa dove un manipolo di amanti del verde hanno impedito l'abbattimento di tre piante vecchissime e malate. Abbiamo assistito a scene grottesche di signore impegnate che col bagnafiori davano acqua ad alberi di 20 metri. Poi ogni tanto qualche pianta crolla rovinosamente e magari fa del male a qualcuno. È effettivamente più facile pontificare che prendersi la responsabilità della cura.