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GRAN SASSO/ Il dialogo tra esperimenti e teorie spinge in avanti le frontiere della scienza

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Il dibattito è stato ancora più intenso per le discipline biologiche. I temi che hanno più interessato hanno riguardato: il ruolo del genoma nella formazione dei caratteri di un vivente, il problema dei tempi nelle Teorie dell’evoluzione, il problema della formazione delle macromolecole e quello delle “coincidenze” nell’origine della vita.

Nel caso dell’evoluzione è stato messo in evidenza come le teorie evoluzionistiche stanno evolvendo, ed in particolare sono stati sottolineati i seguenti punti: nella selezione naturale non ha avuto un ruolo solo la “competizione” ma in modo importante anche la “cooperazione”; l’influsso della nicchia biologica nel quale l’individuo vive non va solo dalla nicchia all’individuo, ma anche l’individuo contribuisce a modificare la nicchia stessa, producendo quindi un’influenza reciproca; nella formazione dell’individuo non ha un ruolo solo il genoma, ma molto altri fattori quali l’ambiente, le vicissitudini della vita ecc.. Il problema del rapporto fra il Genoma e la formazione dell’individuo è stato discusso anche nella presentazione del “Genoma e Epigenoma” nel quale si è sottolineato come la formazione dell’individuo inizia sempre dalla distinzione fra se e altro da sé.

Un particolare spunto provocato dal talk sul “L’origine della vita” è stato quello dell’entropia. Probabilmente alcuni sanno che l’entropia è una grandezza termodinamica che, nei sistemi isolati, aumenta sempre. L’entropia in termodinamica corrisponde al grado di disordine, e quindi questo potrebbe essere in contrasto con il fatto che le molecole si ordinano spontaneamente in catene formando proteine e altro: il punto è che l’entropia aumenta globalmente, ma questo non impedisce che invece diminuisca localmente, perché molti questi sistemi non sono isolati. Un altro punto cruciale dell’origine della vita è rappresentato da quelle che potremmo chiamare “coincidenze”, cioè situazioni astronomiche, fisiche, chimiche, ambientali, senza le quali non avrebbe potuto nascere la vita sulla Terra: anzi la mancanza di una sola di queste situazioni sarebbe bastata per impedirne l’emergenza.

La presentazione della relazione: “Io e il cervello” è stata anch’essa di particolare interesse, anche perché nel caso delle neuroscienze siamo molto vicini ai confini della scienza. È chiaro che la “coscienza di sé” non può essere definita scientificamente e quindi si può cercare di delinearne gli aspetti mediante considerazioni di carattere soprattutto filosofico. Le neuroscienze, nello studio del cervello, hanno a disposizione soprattutto due strumenti: la fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) e l’EEG (Elettroencefalogramma). In buona sostanza ambedue questi metodi possono indicarci l’attivazione di zone del cervello in corrispondenza alle attività o anche emozioni (ad esempio la paura) dell’individuo. Queste analisi sono di indubbio interesse e possono avere un influsso importante sulle diagnosi proprie delle neuroscienze. Ma certamente il problema della coscienza di sé è estremamente più generale e implica aspetti che non possono essere studiati mediante queste tecniche.

È quindi abbastanza sorprendente che una parte dei neuroscienziati sostenga che qualunque nostra caratteristica, compreso il sentimento, la volontà, la decisione di fare una certa cosa siano tutte integralmente comprese nell’attività del cervello: in altre parole il nostro cervello sarebbe una macchina che domina tutto il nostro essere. Molte argomentazioni sono state portate e discusse a negazione di queste posizioni, che ancora una volta non sembrano avere conferme sperimentali e che quindi non hanno valenza di scientificità.

Tutte le relazioni sono state di ottimo livello e hanno suscitato molto interesse nei partecipanti. Una parte di essi (il numero per ragioni di sicurezza non poteva superare le 50 unità) hanno poi visitato gli esperimenti collocati nel laboratorio sotterraneo.



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