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CLIMA/ A Lima accordi interlocutori. E c'è chi pensa già al post-2020

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Ma esistono misure che consentirebbero di compensare questa situazione verso soluzioni più eque. Tavoni indica come esempio di questo genere di compensazione il Green Climate Fund, un fondo multilaterale per aiutare i paesi in via di sviluppo nelle azioni di mitigazione che è attualmente discusso nelle negoziazioni. Un altro esempio sono gli accordi di trasferimento tecnologico.

La ricerca pubblicata stima che un supporto finanziario dell’ordine di 100-150 miliardi di dollari Usa ogni anno entro il 2030 potrebbe coprire gli investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio necessari ai paesi in via di sviluppo per l’obiettivo dei 2°C. Inoltre, i proventi fiscali provenienti da strumenti come una carbon tax potrebbero contribuire a coprire gli investimenti in energia pulita che oggi ci mancano.

Il team che ha realizzato lo studio ha utilizzato sei diversi modelli, paragonandone i risultati tra loro. «Il Quinto rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC ha chiaramente evidenziato il livello di impegno globale necessario a stabilizzare il clima, ma mancava completamente una valutazione quantitativa delle implicazioni su scala regionale delle politiche climatiche post-2020: è quello che emerge dal nostro studio».

Negli scenari che si riferiscono all’obiettivo dei 2 °C le emissioni iniziano a diminuire intorno al 2020. Si tratta di una situazione in contrasto con quella disegnata dagli altri scenari che utilizzano proiezioni basate sugli impegni e sugli accordi attualmente chiusi tra le maggiori economie mondiali. Questi ultimi scenari, infatti, portano a un risultato per cui le emissioni globali inizierebbero la loro discesa non prima del 2040, se non addirittura dopo. Larga parte della riduzione delle emissioni, se effettuata con costi contenuti, dovrebbe realizzarsi in paesi a economia emergente, come Cina o India. Secondo gli autori dello studio, le implicazioni sono chiare: se un futuro accordo sul clima deve puntare su questi volumi, bisognerà includere quei meccanismi che compensino i paesi in via di sviluppo per una parte dello sforzo compiuto nella riduzione delle emissioni.

E per quanto riguarda l’Europa, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano negli accordi climatici internazionali? Secondo Tavoni «gli obiettivi europei al 2030 recentemente approvati dal Consiglio europeo vanno nella direzione giusta. Una riduzione delle emissioni del 35% al 2030 (rispetto al 2005) è in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni compatibili con 2 °C».

Resta da capire quali sono i passaggi principali da sviluppare tra Lima 2014 e Parigi 2015. «A metà 2015 tutti i paesi saranno chiamati a proporre i loro obiettivi di riduzione delle emissioni. Una volta che questo sarà avvenuto, bisognerà mettere insieme tutti i pezzi. L'altro grande snodo sarà proprio quello del Fondo di trasferimento ai paesi più poveri. L'obiettivo è di arrivare a un fondo di 100 miliardi di dollari. Vedremo».



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