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AMBIENTE/ Le mille domande sulla "plastosfera"

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Non basta però fissare lo sguardo su questo luogo da fanta-horror, perché la plastica letteralmente invade il mondo. Il tema del rapporto tra plastica e ambiente è perciò di più ampia portata e non può essere isolato nello studio un tratto di mare, fosse anche enorme come quello appena citato. Pochi anni fa, nel 2008, l’Onu ha stimato in più di 100 milioni di tonnellate il materiale plastico disperso nelle acque di tutto il mondo. Oggi probabilmente la stima sarebbe molto più alta. La fondazione PlasticOceans stima che la produzione plastica degli ultimi 10 anni sia stata superiore a tutta quella dei 60 anni precedenti. Nonostante gli studi a livello universitario si stiano moltiplicando, andando a toccare moltissimi aspetti dovuti alla presenza della plastica nell’ambiente acquatico, non abbiamo idea di cosa questo possa significare per la vita di laghi, fiumi, oceani, e per quella delle specie terrestri. L’acqua e i raggi ultravioletti infatti sciolgono lentamente i pezzi di plastica in frammenti sempre più piccoli: una recente stima parla di circa 46.000 pezzi di plastica, di dimensioni medie inferiori ai 5 mm, per km quadrato.

Svariati sono gli effetti che si devono considerare: se i pezzi sono grandi, ci sono effetti immediatamente evidenti, come l’intrappolamento dei pesci, anche i più grandi, in grandi reti o in sacchetti e teli; se i pezzi sono piccoli, bisogna considerarne l’ingerimento da parte di pesci e uccelli, che può generare nuovi problemi. Cosa accade a livello fisiologico quando una specie ingerisce e in qualche modo “digerisce” la plastica? Influisce solo sulla vita del soggetto che l’ha ingerita, o essa entra come nuovo elemento nelle catene alimentare? E gli effetti quali sono? E se la plastica si è sciolta per effetto di calore o acidità dell’acqua, che caratteristiche acquisisce l’ambiente acquatico?

E poi, la domanda più importante: come recuperare e smaltire tutta questa plastica? Le domande aperte sono decine, e altre se ne aprono considerando le interazioni fra i viventi e la plastica: abbiamo una lunga strada da compiere per mettere a fuoco la dimensione effettiva del problema e delle possibili conseguenze su vasta scala. Ma nonostante questo, il cammino è da svolgere fino in fondo. È parte del nostro compito di uomini, infatti - come ricordava spesso Papa Ratzinger e come decisamente continua a fare Francesco - “custodire il creato”, anche se questo significa partire per posti lontani e impensabili, come un’isola di plastica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.

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