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ELETTRONICA/ Presto avremo anche i chip che si sciolgono in una goccia d’acqua

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chip (infophoto)  chip (infophoto)

Un obiettivo dell’industria e della ricerca elettronica è sempre stato quello di realizzare componenti e dispositivi in grado di durare nel tempo e di manifestare un comportamento stabile per periodi prolungati. E per la maggior parte dei casi si può dire che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto. D’altra parte però, la convergenza tra l’elettronica e i nuovi materiali ha aperto possibilità inimmaginabili, tanto che qualcuno ha iniziato a proporre obiettivi che si pongono in modo simmetricamente duale rispetto a quello indicato: cioè che si possano costruire componenti miniaturizzati in grado di non durare, o meglio di potersi autodistruggere in tempi prestabiliti e secondo modalità semplici.

Diversi gruppi di ricerca sono al lavoro nella prospettiva di quella che hanno iniziato a chiamare “elettronica transitoria”; e già un anno fa si erano avute interessanti anticipazioni dei primi risultati. Alla venticinquesima mostra-convegno della ACS (American Chemical Society), John Rogers della University of Illinois di Urbana-Champaign aveva presentato quella che considerava una visione fondamentalmente dell’elettronica diversa da quella che si era affermata nell’era dei circuiti integrati e dei microprocessori iniziata circa mezzo secolo fa. Era l’idea di un’elettronica che può agire e poi scomparire in modo controllato. Risolvendo anche il problema dei rifiuti elettronici. Si pensi ad applicazioni mediche che sono necessari solo per poche settimane e che potrebbero semplicemente scomparire, senza la necessità di un intervento chirurgico in più per rimuoverli dal corpo. Oppure alle decine di sensori per il monitoraggio della qualità delle acque correnti di un fiume che, passata la fase dei controlli, nessuno dovrebbe più andare a recuperare visto che potrebbero dissolversi senza lasciare traccia e senza danno per l'ambiente.

Nel rapporto presentato da Rogers all’ACS, venivano descritti i notevoli progressi nella tecnologia che potrebbe rendere praticabili queste prospettive. Venivano illustrati i primi dispositivi elettronici transitori impiantati sperimentalmente su delle cavie di laboratorio come agenti per combattono delle infezioni e che si dissolvevano una volta concluso il loro compito. C’era anche la descrizione delle tecniche per la produzione di materiali adatti per l'alimentazione delle apparecchiature senza una fonte di energia elettrica esterna; come, ad esempio, dei dispositivi elettronici transitori che incorporano ossido di zinco, che è "piezoelettrico": sotto forma di sottili dispositivi flessibili possono produrre energia elettrica quando vengono piegato o attorcigliato in conseguenza dei movimenti dei muscoli nel corpo, o delle pulsazione dei vasi sanguigni o del battito del cuore.



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