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INNOVAZIONE/ Chi raccoglierà la sfida delle KET (tecnologie abilitanti)?

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La ricerca italiana  La ricerca italiana

Vengono definite Key Enabling Technologies, cioè tecnologie-chiave abilitanti, ma ormai stanno entrando nel lessico industriale ed economico col più semplice acronimo KET. Sono un insieme di nuovi ambiti tecnologici recentemente riconosciuti anche a livello del programma europeo Horizon 2020 come decisivi per il futuro industriale ed economico dell’Europa. La CE le ha così definite: “tecnologie ad alta intensità di conoscenza e associate ad elevata intensità di R&S, a cicli d’innovazione rapidi, a consistenti spese di investimento e a posti di lavoro altamente qualificati. Rendono possibile l’innovazione nei processi, nei beni e nei servizi in tutti i settori economici e hanno quindi rilevanza sistemica. Sono multidisciplinari, interessano tecnologie di diversi settori e tendono a convergere e a integrarsi”.

Nello specifico si tratta di: micro/nanoelettronica, nanotecnologie, fotonica, materiali avanzati, biotecnologie industriali, tecnologie di produzione avanzate. Ad esse l’Airi (Associazione Italiana per la ricerca industriale) e il Cnr hanno dedicato uno studio puntuale e documentato, riportato in modo sintetico ed efficace nel volume Le Key Enabling Technologies – Un’occasione per la competitività del sistema industriale italiano (Guerini e Associati), curato da Sesto Viticoli e Luigi Ambrosio con prefazione di Renato Ugo e Alberto Quadrio Curzio. Il volume riporta anche le testimonianze di aziende che stanno ottenendo risultati di eccellenza grazie a queste tecnologie d’avanguardia; parliamo di Pirelli Tyre, Mapei, Biochemtex, Centro Ricerche Fiat, STMicroelecteronics, Bracco, Ericsson, Parco Kilometro Rosso.

Interpellato da ilsussidiario.net, il presidente di Airi Renato Ugo, tra i più noti e apprezzati chimici italiani, da sempre impegnato su questi temi, si è detto lieto che l’UE abbia finalmente riconosciuto che la strada della competitività dell’industria manifatturiera e dei servizi avanzati passa dalla coniugazione della ricerca fondamentale con lo sviluppo della ricerca industriale e quindi dell’innovazione tecnologica. 

«Si tratta di una vera e propria discontinuità nella politica europea della ricerca, di un salto quantico». Che però in Italia rischia di trovare la solita disattenzione o al più quella attenzione solo formale, condita con i frequenti richiami all’importanza della ricerca «ai quali però poi non segue una coerente e continua linea politica di indirizzo e di sostegno; sovente anzi avviene tutto il contrario. Da noi c’è ancora da vincere un certo pregiudizio, nei fatti più che nelle parole, anti industriale che non permette di vedere nella tecnologia un fattore di successo per il Paese».

Ma stiamo parlando di tecnologia o di scienza o piuttosto di qualcosa che sfugge alle tradizionali distinzioni e categorie? «Quando parliamo di KET direi che parliamo ancora di scienza. Che poi abbiano già applicazioni, questa è un’altra cosa; ma la KET singola è scienza, scienza fondamentale che però è orientata già in partenza verso determinati obiettivi; è questo il suo vantaggio. Diciamo che è scienza applicata, che ha applicazioni tecnologiche in campi specifici. Sono scoperte scientifiche che si sono raffinate diventando delle potenziali tecnologie, che quindi vanno applicate in situazioni specifiche. Prendiamo l’esempio delle nanotecnologie: sono ricerche di base, con diverse sfaccettature che corrispondono alle diverse applicazioni». 



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