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MONTAGNA/ Il nuovo catasto incorona l’Adamello re dei ghiacciai italiani

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Ghiacciaio dell'Adamello (Mandrone). Foto C. Casarotto  Ghiacciaio dell'Adamello (Mandrone). Foto C. Casarotto

Prima che per molti di noi inizi, nel periodo estivo, l’esplorazione diretta delle alte vette, è bene avere un quadro aggiornato della situazione dei ghiacciai italiani. Ed ecco che puntualmente arriva il Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani: ambizioso progetto realizzato dall’Università degli Studi di Milano e da Levissima, in collaborazione con Ev-K2-Cnr e con il supporto scientifico del Comitato Glaciologico Italiano. L’opera, presentata ieri a Milano nell’ambito degli appuntamenti “Aperitivo Expo 2015”, è il coronamento di un lavoro iniziato nel 2012 (ilsussidiario.net l’aveva preannunciato) tenacemente voluto e condotto da Carlo Smiraglia, professore ed esperto glaciologo dell’Università degli Studi di Milano. 

«Un lavoro corale – dice Smiraglia – che ha visto coinvolti numerosi ricercatori universitari e che per la verifica dei dati si è avvalso del contributo del Comitato Glaciologico Italiano ma anche di tanti esperti e amministra locali. Questo del coinvolgimento del livello regionale è un elemento significativo che distingue questo dai precedenti catasti, che si occupavano dei bacini e degli aspetti puramente scientifici: qui invece si parla anche delle regioni, delle realtà locali».

Il catasto è un articolato sistema informativo finalizzato a risponde a domande del tipo: quanti sono i nostri ghiacciai? Quale superficie occupano? Come si sono modificati? Quali ricadute applicative derivano dalla loro conoscenza? Il metodo per trovare le risposte parte anzitutto dal riferimento ai lavori precedenti: importante ad esempio è stato il catasto del 1959-62, il primo catasto a livello mondiale, coordinato da scienziati del calibro si Giuseppe Nangeroni e Ardito Desio: un’opera imponente, con carte spettacolari che ancor oggi  ci sorprendono per accuratezza e chiarezza. 

Un secondo punto di riferimento è il World Glacery Inventory (WGI) realizzato negli anni 70. Ma poi ci i molti catasti locali, regionali, pubblicati in questi decenni e in generale molto ben fatti. Il team di Smiraglia ha quindi svolto un enorme lavoro per raccogliere e confrontare tutta questa documentazione, intregrandola con i nuovi dati. Dati che oggi si raccolgono con strumenti avanzati di remote sensing, privilegiando le ortofoto aeree ad alta risoluzione che forniscono immagini sulle quali si possono fare misure precise; in qualche caso si possono utilizzare le immagini da satellite e poi comunque tutta la tradizionale cartografia potenziata dai nuovi supporti informatici; non senza considerare l’apporto, a volte decisivo, che deriva dai controlli, a campione, svolti sul campo, col contatto diretto con i depositi glaciali. 

Smiraglia non nasconde comunque i principali problemi che si pongono pur avendo a disposizione strumenti avanzati: spesso c’è una disomogeneità delle ortofoto; a volte c’è copertura nivale e nuvolosa non adeguata; c’è il problema della copertura detritica, che sporca i ghiacci e ne ostacola l’identificazione; e poi ci sono le questioni di toponomastica e di classificazione dei corpi glaciali in evoluzione. Sono comunque problemi che si possono risolvere, magari a volte sulla base di decisioni difficili che impongono di scegliere tra differenti soluzioni.

Vediamo allora i risultati. I corpi glaciali oggi presenti sulle montagne italiane sono896, per una superficie complessiva confrontabile a quella del Lago di Garda, ovvero 368 km2. Sono numerosi, frammentati e di piccole dimensioni (si stima un valore areale medio 0,4 km2), ad eccezione di treghiacciai, che presentano un’area superiore ai 10 km2: i Forni, in Lombardia, il Miage, in Valle d’Aosta e il complesso Adamello-Mandrone, in Lombardia e Trentino. Quest’ultimo detiene il primato e rappresenta in assoluto il più vasto ghiacciaio italiano con 16,44 km2; ha una forma insolita, che ricorda i grandi ghiacciai della Scandinavia, caratterizzata da un altopiano da cui si diramano tante lingue. 

Curiosamente ha tolto il primato al Ghiacciaio dei Forni, in Valtellina, non perché l’Adamello-Mandrone si sia ingrandito in modo particolare, ma perché è stata creata una nuova suddivisione su basi glaciologiche. Mentre nel precedente catasto veniva suddiviso in numerosi ghiacciai, recenti rilievi di spessore hanno mostrato che si tratta di un grande corpo glaciale unitario. 

I ghiacciai piccoli, inferiori a 0,1 km2, sono i più numerosi e coprono complessivamente una superficie molto ridotta, pari al 4,6% di quella totale. I ghiacciai superiori a 10 km2 ricoprono il 10%, mentre quelli fra i 2 e i 5 km2 occupano la superficie maggiore, rappresentando più di un quarto dell’intera area glaciale italiana (105 km2). 

In Italia predominano oggi i ghiacciai di tipo “montano” , che rappresentano il 62%, seguiti dai “glacionevati” col 35%, e in misura molto ridotta (3%) dai grandi ghiacciai “vallivi”. Ghiacciai sono presenti in tutte le nostre regioni alpine, ma con una distribuzione molto diversificata che dipende, almeno in parte, dalle quote dei massicci montuosi: si passa, infatti, dal record di 134 km2 della Val d’Aosta, agli 88 della Lombardia, agli 85 dell’Alto Adige per arrivare ai 3,2 del Veneto e agli 0,2 del Friuli-Venezia Giulia. Va anche ricordato che i ghiacciai italiani sono tutti collocati sulle Alpi, con un’unica eccezione: il Calderone in Abruzzo (0,04 km2), ultimo residuo della glaciazione appenninica, ormai frammentato in due parti.  

Sono cifre che connotano quella che da sempre è un’importante risorsa idrica, energetica, paesaggistica; anche se in questi ultimi anni è diventata il simbolo più tangibile e affidabile dei rapidi mutamenti climatici che il nostro Pianeta sta vivendo e di tutte le incertezze che tali mutamenti portano con sé. «Nonostante sia tutt’ora in atto una lunga fase di regresso glaciale – osserva Smiraglia -  l’incremento della copertura detritica superficiale potrebbe ridurre i ritmi di fusione, mentre l’incremento di polveri naturali o antropiche potrebbe aumentarla. La variabilità meteo-climatica, con inverni molto nevosi ed estati fresche ed umide, favorirebbe inoltre periodi di rallentamento di questa attuale fase negativa. A fine estate 2013, ad esempio, la riduzione di spessore di molti ghiacciai italiani è stata minore rispetto a quella registrata negli anni precedenti, a causa delle forti nevicate dell’inverno 2012-2013. È chiaro che, per avere una vera e propria inversione di tendenza, dovrebbe verificarsi una successione, almeno decennale, di queste caratteristiche meteo-climatiche, come quella del 1965-1985».



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