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BIOLOGIA/ Il seme della non-scienza in Europa

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Ma se è vero che ci sono vantaggi di varia natura, cosa limita l’approvazione di queste colture nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea? E’ questo il punto, da quanto è emerso nel convegno, in cui la non-scienza e la mancanza di razionalità si fanno maggiormente sentire, con conseguenze nefaste. Justus Wesseler, economista ed esperto di politiche agroalimentari dell’Università di Wageningen (Olanda) e Paolo Borghi, giurista specializzato in diritto europeo e alimentare dell’Università di Ferrara, si sono soffermati sulla descrizione della Direttiva europea che al momento regola le coltivazioni transgeniche nel territorio dell’Unione, ovvero la tanto discussa2001/18 approvata dalla Commissione Europea nel 2001. Questa è una direttiva iper-cautelativa che blocca di fatto quasi completamente qualsiasi tentativo di utilizzo di transgenici nel territorio UE. Tale direttiva, contrariamente al parere di larga parte della comunità scientifica, venne incontro alle richieste di quei movimenti che già nel 1998 fecero pressione affinché cinque Stati, fra cui l’Italia, bandissero da una parte l’approvazione per la coltivazione a livello comunitario e talvolta, a livello nazionale, anche il consumo, a dispetto della normativa europea allora vigente (90/220/CEE). Questa forte presa di posizione, definita moratoria de facto, impedì qualsiasi discussione costruttiva in materia di transgenici e portò alla approvazione della suddetta Direttiva 2001/18. Il risultato fu che nobili vessilli quali il diritto di scelta dei cittadini, la necessità di etichettatura precisa e il rispetto del principio di precauzione furono fatti preda di una fazione, e da quel momento usati per sostenere posizioni di chiusura anti-scientifiche. La Direttiva 2001/18 infatti  rappresenta un forte inasprimento della regolamentazione sui transgenici. Borghi ha rammentato che oggi per richiedere l’approvazione della coltivazione e commercializzazione di una varietà transgenica è necessario intraprendere un iter burocratico mastodontico, dai costi proibitivi, che dura anni. Un dossier dettagliato deve essere presentato alla Commissione Europea che - quando e se - lo valuterà, lo farà basandosi sulle considerazioni dell’Agenzia Europea di Sicurezza Alimentare (EFSA). Anche di fronte al parere favorevole di quest’ultima, la decisione sull’approvazione può da qui in poi essere rimbalzata diverse volte fra Commissione e Consiglio dei Ministri, che possono richiedere di acquisire ulteriori dati per il dossier, come anche di far effettuare a enti terzi e indipendenti nuove valutazioni di potenziali rischi derivanti dalla coltura transgenica in questione. Se da una parte questo può sembrare un atteggiamento semplicemente molto cauto, ma adottato solo per il bene dei consumatori, è tuttavia utile ricordare che nulla di tutto ciò viene fatto per valutare varietà ottenute con altri metodi, che non coinvolgono le tecniche di DNA ricombinante. Fra questi metodi non transgenici è da ricordare che da decenni utilizziamo metodi di naturale non hanno niente, quali mutazioni indotte da sorgenti radioattive, utilizzo di sostanze chimiche in grado di danneggiare la molecola del DNA (cioè indurre modificazioni genetiche) o di addirittura di modificare l’intero insieme dei suoi geni. Il dott. Piero Morandini, del dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale, ha evidenziato come tutti i metodi appena elencati siano accomunati alla transgenesi dal fatto di agire sui geni, ma che a differenza delle tecniche di DNA ricombinante, si basano su mutagenesi in larga scala dall’esito poco prevedibile. Eppure solo la modificazione transgenica di uno o pochi geni di interesse (in alcuni casi proprio gli stessi che controllano caratteristiche fisiologiche che per secoli sono state selezionate da agricoltori e dai genetisti) continua a essere osteggiata.



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