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BIOLOGIA/ Il seme della non-scienza in Europa

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Un ulteriore punto da considerare è che se la normativa fosse almeno applicata nei termini in cui è scritta, potrebbe ancora permettere un certo grado di avanzamento tecnologico nel settore. Ma da quando vige la direttiva 118/2001 è stata approvata una sola coltura,  la patata Amflora nel 2010. Quest’ultima, che non era fatta a scopo alimentare, è stata poi ritirata dal mercato nel 2012 a causa del battage pubblicitario negativo. In pratica la politica ha creato una serie di regole, ma ha poi deciso di non seguirle, iniziando invece a usare escamotage e lungaggini (se non addirittura metodi illegali, come l’Italia) per evitare di approvare nuove colture transgeniche per la coltivazione. Astutamente, poiché si sa che senza transgenico si bloccherebbe quasi tutto il settore zootecnico, approvano le importazioni, ma questo non fa altro che aumentare l’ipocrisia ed il nervosismo di chi lavora nella filiera agro-alimentare.

L’assurdità della situazione attuale, sottolineata da tutti i relatori, è che ci troviamo a che fare con una legislazione che non regolamenta un prodotto (colture modificate dall’uomo) ma solo uno dei possibili processi produttivi per ottenerlo che, ironia della sorte, è quello tecnologicamente più avanzato e sicuro, sia per l’uomo che per l’ambiente. Questo atteggiamento istituzionale sembra essere sordo nei confronti degli appelli della comunità scientifica, fra i quali fa piacere citare quello della Prof.ssa Elena Cattaneo, ricercatrice della Statale e Senatrice a vita, apparso recentemente sul Corriere della Sera. I ricercatori di tutta la UE devono poi subire oltre al danno la beffa: nel sostenere le loro posizioni in materia di transgenici si devono vedere descritti dai loro oppositori come scienziati pazzi al soldo delle multinazionali, mentre al contrario iter approvativi così complessi e dispendiosi sono un ostacolo in primo luogo proprio per la ricerca pubblica, ma un vantaggio per i privati che si avvicinano così al monopolio.

E’ un quadro allarmante per l’Europa, dove l’estrema precauzione istituzionale nei confronti di una tecnologia, posizione di per sé legittima, viene mantenuta a discapito del ragionamento scientifico, promuovendo falsità e generando panico nei confronti delle persone, in aperto contrasto con quanto l’Unione sostiene di voler fare in termini di cittadinanza scientifica. La speranza è che convegni o iniziative di altra natura come quello qui descritto possano far ripartire un dibattito da troppo tempo stagnante, ma allo stato attuale delle cose, sembra purtroppo una speranza mal riposta. 

Paolo Dario



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