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IL PUNTO/ Mozart e la dimensione umanistica della scienza

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Mozart (infophoto)  Mozart (infophoto)

Ma come studiare la presenza e il ruolo di queste dimensioni all’interno dell’attività scientifica e come individuare i contesti scientifici in cui riaffiora la necessità di un riferimento al soggetto? L’autore indica e analizza tre ambiti: epistemologico- gnoseologico, etico-morale, estetico-esistenziale.

Il primo, forte anche di tutta la riflessione filosofica del Novecento, mette in luce come non esistano attività o esperienze scientifiche totalmente “impersonali”: nel fare scienza giocano continuamente tutta una serie di fattori legati allo scienziato, alla sua storia, alle sue esperienze, a tutto ciò che concorre a costituire quella che Polanyi ha genialmente definito come la “dimensione tacita” della conoscenza ma che è un elemento irrinunciabile e determinante sia per le scoperte che per la loro formulazione. Il riferimento alla persona porta con sé il richiamo al nesso, inscindibile anche nel lavoro scientifico, tra conoscenza e volontà e quindi chiama subito in causa il tema della libertà e della continua opzione del soggetto che decide di non imporre le sue idee alla realtà ma di imparare da essa, obbedendole.

Il secondo non riguarda in primo luogo, come normalmente si pensa, la questione delle applicazioni della scienza e delle sue conseguenze sociali: questo, dice Tanzella, è un “aspetto derivato”. C’è un livello più fondamentale che indica l’intrinseca presenza di ethos nell’attività scientifica; è una responsabilità più radicale, che si esprime in ogni momento della ricerca, nelle scelte sperimentali grandi o piccole, nell’interpretazione dei dati, nell’organizzazione della struttura delle teorie.

Infine c’è l’ambito estetico-esistenziale, che si manifesta nelle testimonianze di molti uomini di scienza che non esitano a commentare il loro lavoro e le loro esperienze con espressioni come: mistero, miracolo, percezione dei fondamenti, incontro con l’Assoluto. Il riferimento alla filosofia dell’azione di Blondel è qui particolarmente calzante: per il pensatore francese ogni conoscenza, per essere efficace, necessita di un coinvolgimento del soggetto che riconosce che «il movente dell’azione non giace negli aspetti empirici ma in una libertà che li trascende, resiste ai cambiamenti di paradigma e al progresso delle formulazioni».

Non si può non riconoscere, a questo punto, che alla costruzione e alla pratica di un umanesimo scientifico “sapienziale” la rivelazione ebraico-cristiano può offrire un contributo potente, con i suoi due insegnamenti fondamentali: la dignità della persona creata a immagine di Dio; e la natura razionale e dialogica del mondo, che implica il realismo conoscitivo. Così l’attività scientifica può diventare parte del compito affidato all’uomo di cooperare nella creazione. «E la dignità umana che la cultura e l’attività scientifica realizzano e accrescono è colta, in realtà, come una dignità filiale, non demiurgica né dispotica ma come partecipazione alla regalità del Figlio, Cristo-Sapienza, sulla creazione».



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COMMENTI
28/06/2014 - scienza umanistica (Antonio Scacco)

Articolo molto interessante che traccia la strada maestra per superare la dicotomia tra le due culture. Ma a mio parere, al Cristianesimo viene dato un ruolo marginale nel discorso sulla valenza umanistica della scienza. Si potrebbe, infatti, obiettare che gli elementi epistemologico-gnoseologici, etico-morali, estetico-esistenziali erano presenti. mutatis mutandis, anche nelle civiltà precristiane. Tuttavia, la scienza non sorse (v. S.Jaki, Cristo e la scienza). La scienza, invece, nasce con l'incarnazione di Cristo. Antonio Scacco