BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ANNIVERSARI/ Quando i monaci di Vallombrosa studiavano le opere dell’ex novizio Galileo

Pubblicazione:

L'abbazia di Vallombrosa  L'abbazia di Vallombrosa

La Lanzarini racconta anche del ritrovamento di interessanti manoscritti di ottica del monaco Leto Guidi e del suo allievo Mercuriale Prati, vissuti nel XVIII secolo, che hanno applicato le conoscenze di matematica e di ottica alla costruzione di lenti, telescopi, cannocchiali e microscopi. «Molti strumenti ora sono al museo galileiano di Firenze, come il bel telescopio newtoniano del quale però in mostra abbiamo voluto riprodurre in mostra una gigantografia. Tra gli strumenti che abbiamo potuto esporre, e che documentano il fervore scientifico sperimentale dei monaci, ci sono: un globo celeste, un cannocchiale e un microscopio composto di Galileo, alcuni termometri».

La nostra interlocutrice sottolinea che quello che soprattutto interessava documentare con questa iniziativa era «la presenza di Galileo come novizio all’abbazia e i suoi rapporti stretti con i monaci vallombrosani. Rapporti che non si sono limitati al periodo del noviziato. «Infatti troviamo Galileo a Passignano nel 1588 per insegnare “mathematica a don Epifanio”. Negli anni successivi ebbe un legame stretto col monaco Orazio Morandi, uomo di grande curiosità intellettuale, che diede pieno appoggio a Galileo in occasione della polemica aperta dal matematico Francesco Sizzi in relazione alla scoperta dei satelliti di Giove. Divenuto abate di Santa Prassede a Roma, padre Morandi cercò di favorire un incontro dello scienziato  con il domenicano Raffaello Visconti e con l’inquisitore di Firenze Lodovico Corbusio per poter ottenere l’imprimatur alla pubblicazione del Dialogo sopra i due  massimi sistemi del mondo». 

Il grande interesse dei monaci per la scienza è proseguito nel periodo post galileiano. Quando, nel 1654, il granduca di Toscana Ferdinando II realizza con l’Accademia del Cimento la Rete Medicea, una rete meteorologica che comprendeva stazioni di rilevamento italiane e straniere, Vallombrosa viene subito scelta come uno degli osservatorio meteo di riferimento e per 40 anni i monaci invieranno puntualmente a Firenze i dati delle loro osservazioni. E siamo nella seconda metà del ‘600, quando, secondo la vulgata, il mondo culturale e religioso avrebbe dovuto essere sotto shock per la condanna di Galileo: evidentemente, come ormai i principali storici della scienza documentano, all’epoca non c’è stato alcun terremoto, almeno fino al secolo successivo quando ci hanno pensato i maestri dell’illuminismo. 

L’impatto della vicenda galileiana, in un ambiente così culturalmente attento e vivace come Vallombrosa, non è visibile: «Tutt’altro. Lo vediamo dai libri e dai manoscritti che abbiamo esposto: ad esempio nelle prefazioni si parla spesso di Galileo con grande ammirazione e se ne valorizza l’opera. E c’è comunque la testimonianza della pratica scientifica dei monaci, che non è stata frenata e semmai è cresciuta nel periodo successivo al processo». 

A ulteriore riprova della continuità nell’attività dei monaci in campo scientifico, c’è un episodio della metà ‘700, quando la Congregazione dei vallombrosani rivolge un forte richiamo alle proprie scuole dei novizi rimproverate per “interessarsi troppo di scienza a scapito della teologia”.

(Mario Gargantini)



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.