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MEETING 2014/ 2. Quando Oriana Fallaci indossava la tuta spaziale

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Oriana Fallaci (Immagine d'archivio)  Oriana Fallaci (Immagine d'archivio)

La curiosità della reporter si spinge a voler indagare gli aspetti più strettamente ingegneristici del programma e ci sorprende con la descrizione, in anticipo di cinque anni, delle fasi dello sbarco sul nostro satellite naturale. Ma non si limita alle descrizioni: vuole toccare con mano e si fa mettere nel LEM (il modulo lunare) per provare “l’effetto che fa”; e nel centro sperimentale di San Antonio vuol provare il frullatore centrifugo che l’avrebbe sottoposta a un’accelerazione di gravità quadrupla di quella solita (anche se poi rinuncia, spaventata, all’ultimo momento).

Questo del toccare con mano sarà una delle chiavi di lettura della mostra del Meeting, che vuole sondare la tendenza, radicata nella natura umana, a espandere i propri confini alla ricerca di territori inesplorati. «Anche in assenza di vantaggi prevedibili – si dice nell’introduzione - l’esigenza di esplorare il mondo è stata sempre viva, motivata da una segreta attrattiva per tutto ciò che esiste». 

Una volta presa la decisione, come fa la Fallaci, di non limitarsi alla superficie mediatica dell’avventura spaziale e di voler sondare la profondità delle domande che sorgono, è inevitabile che il tema si allarghi e che l’esplorazione tocchi il suo centro motivazionale; per rilanciare l’interrogativo più pressante: cosa cercano in realtà gli esploratori?  

Significativo di questo allargamento del tema sono gli incontri con alcuni astronauti, come John Glenn, con von Braun e soprattutto con Ray Bradbury, il celebre autore di Cronache Marziane e di Fahrenheit 451: qui, in un serrato dialogo, vengono sfiorati gli argomenti più impegnativi, con tante ingenuità ed eccessi tipici della fantafilosofia e con qualche punta stimolante; come quando si prevede la difficoltà di accettare un incontro pieno con altri esseri, nel momento in cui l’uomo si accorgesse che sono totalmente “altri” rispetto all’immagine che ce ne eravamo fatti.

In questa prima cronaca, l’entusiasmo della Fallaci per l’esplorazione spaziale cresce e arriva a superare le perplessità del padre. Anche se le domande più radicali restano aperte; e non solo per lei. Anzi, l’ingigantirsi dell’avventura esplorativa negli anni successivi le rende oggi più acute: il grande viaggio del Voyager, raccontato in modo paradigmatico nella mostra con aggiornamenti quasi in diretta presi dall’attualità; la problematica prospettiva delle missioni umane su Marte; i progetti futuri. Sono momenti di un percorso che non ci lasciano sgomenti; piuttosto fanno aumentare la voglia di affrontare qualunque interrogativo. In questo percorso – si dice al termine della mostra - l’uomo non è stato deluso: «lo spazio, infatti, non è mai parco di bellezza e di misteri più grandi di quanto ci saremmo aspettati. L’uomo non può sentirsi alieno in un mondo che, strano e variegato come si presenta, lo accoglie alla fine di ogni ricerca, con un rifugio dove fermarsi a contemplare le bellezze del cosmo e gli apre una strada che lo invita a procedere oltre. Mentre continua il cammino, l’uomo non può dire con certezza di essere stato lasciato solo». 



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