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GEOLOGIA/ Esplorazione senza confini: dal mantello terrestre al suolo marziano

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C’è sicuramente necessità di far ricerca e c’è spazio per nuovi studi. I gruppi di ricerca all’opera sono molti e abbiamo anche delle eccellenze in Italia sia nell’idrogeologia che nello studio del rischio connesso. Più che un problema di lacune da colmare c’è una questione di coordinamento tra i vari soggetti. Manca, di fatto, un punto centrale che funga da coordinamento organico. Quanto ai risultati nelle situazioni concrete, qui penso proprio che la responsabilità sia dei decisori, che dovrebbero far tesoro delle informazioni fornite dagli idrogeologi per attuare scelte adeguate. 

 

Le novità non riguardano solo i temi ma anche i metodi e gli strumenti di indagine in geologia: è passata l’epoca del geologo con scarponi, martello e lente?

L’esplorazione classica non può cessare, quella del geologo che va sul territorio e tocca con mano le rocce, misura i terreni, osserva con cura tutti i dettagli dei fenomeni. Certo è che oggi l’impiego di apparecchiature e metodologie avanzate sta assumendo un ruolo enorme. Basti pensare a tutti gli strumenti per il monitoraggio ambientale, o più specificamente di alcuni fenomeni come i terremoti o i vulcani. Tante nuove interpretazioni, tante teorie, come la stessa tettonica delle placche, si giovano ampiamente ad esempio del contributo dei satelliti, che riescono a misurare con precisione millimetrica gli spostamenti delle placche e addirittura ci aiutano a comprendere l’interno della Terra, con la tomografia sismica.

 

Lei prima ha accennato alle perforazioni oceaniche; anche qui sarà la tecnologia a dare un contributo decisivo?

Sì. Ci aspettiamo molto da un grande progetto che punta nientemeno che alla perforazione dei fondali fino a raggiungere il mantello attraversando la ben nota discontinuità di Mohorovicic. È stata individuata l’area adatta per la perforazione dove la costa è più sottile, anche se parliamo sempre di qualche chilometro e in quelle condizioni di temperatura e pressione la perforazione rappresenta un’impresa ingegneristica colossale. Ne ha parlato ieri con entusiasmo il collega francese Benoit Ildefonse, dell’università di Montpellier, uno dei proponenti del progetto M2M (MoHole to the Mantle), che ha indicato in una decina di anni il tempo previsto per arrivare al traguardo.

 

Avete parlato anche di geologia spaziale: è solo una curiosità o c’è qualcosa di più?

Ci sono alcuni geologi italiani che si stanno dedicando all’esplorazione geologica dei pianeti, tanto che nella Società Geologica Italiana c’è una sezione di Geologia Planetaria. Sono ricerche in parte spinte dalla suggestione della possibile colonizzazione umana del Sistema Solare ma più in generale esemplificano la tensione dell’uomo ad ampliare sempre più la conoscenza dell’ambiente che lo circonda. Ci ha stupito il numero di contributi pervenuti al convegno su questi argomenti: c’è addirittura una presentazione dal titolo “il rischio geologico sugli altri pianeti”. Vorrei sottolineare la reciprocità delle relazioni tra geologia terrestre e planetaria: è necessaria una miglior comprensione dei processi che sono avvenuti e avvengono sulla Terra per tentare di capire processi analoghi, o magari molto differenti, che hanno modellato i Pianeti. Ma è anche vero che alcune scoperte di geologia planetaria possono aiutare a chiarire le dinamiche di alcuni fenomeni terrestri ancora misteriosi: è il caso recente delle nuove ipotesi interpretative di alcuni “duomi” (elementi strutturali rocciosi di forma emisferica, ndr), elaborate a seguito della scoperta di configurazioni simili su Marte.



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