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IL PUNTO/ Per non ridurre la nostra "logistica personale" ai soli spazi del quotidiano

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Chi lavora in fabbrica o coltiva i campi o cucina il cibo in un ristorante, o stampa i quotidiani, o ripara le auto o le biciclette, o gioca a basket, o è in cura in un letto di ospedale, difficilmente riesce a percepire la “logistica” del proprio corpo in un ambito più vasto del luogo stesso in cui svolge la propria attività giornaliera. È come dire che l’umanità vive e si sviluppa in una cultura dello spazio estremamente ridotta, individuata soprattutto dal raggio di azione della propria esperienza diretta. Ne consegue che una relazione con l’ambiente così costruita elimina le connessioni fondamentali con l’Universo, di cui la Terra è parte; e, soprattutto, elimina e censura l’evento creativo dell’Universo stesso, quindi la ricerca della sua ragione di essere. La scuola, in generale, e la Geografia, in particolare, sono generosi strumenti di informazione circa la composizione dell’Universo conosciuto, considerato, spesso, una pura anche se affascinante curiosità. Si enunciano alcune teorie relative alla sua presunta origine, ma non si pone mai l’accento sul significato dell’origine stessa e sulla necessità di avere un orizzonte culturale meno polarizzato sul Pianeta e più profondamente connesso con tutta la realtà conosciuta, che non appartiene solo agli astronomi e agli astrofisici, ma che è totalmente connaturata con la dimensione spaziale del Pianeta. Insomma, la cultura dello spazio necessita di maggiori attenzioni e approfondimenti, perché, paradossalmente, noi che viviamo in questo frammento microscopico della Via Lattea, siamo i “portatori del significato dell’Universo”; siamo, cioè, coloro che, utilizzando telescopi sempre più avanzati sul piano tecnologico, ne stanno esplorando porzioni sempre più vaste, costellate da spettacolari visioni di corpi celesti. Lo stupore che ci pervade attraverso lo sguardo impone domande essenziali sul senso di ciò che vediamo. Lev Tolstoj, nel suo trattato autobiografico Confessione del 1882, sosteneva che “Perché un uomo possa vivere, egli deve, o non vedere l’infinito oppure avere una spiegazione del senso della vita per cui il finito venga eguagliato all’infinito”.

All’interno delle osservazioni sopra accennate è interessante soffermarsi anche sulla modalità tecnica e culturale, tramite la quale avviene la transizione da uno spazio all’altro: spesso è considerata tempo perso, non una spazialità attraversata, come se l’individuo non desiderasse osservare e conservare nella memoria la mutazione di un luogo con tutte le sue peculiarità, ma preferisse soltanto il punto di arrivo come status ottimale. Per tutti gli esseri umani nascita e decesso sono i momenti più drammatici della transizione, caratterizzati entrambi da un’aspettativa colma di fascino e di paure insieme: nel primo caso è la vita che si comunica nel luogo in cui avviene l’evento, nel secondo convergono miriadi di ipotesi distribuite tra coordinate di paure, di tristezza, di ineluttabilità, di indifferenza talora, ma anche di speranza, di desiderio di verità, di luce, di continuità. Da quest’ultima ipotesi nasce l’idea dello spazio dell’al di là, in cui ognuno disegna immagini fantasiose, utili anche per la generazione di film, di racconti di fantascienza, di ipotesi surreali…



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