BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ASTROFISICA/ Impey (univ. Arizona): le sorprese dagli spazi intergalattici verranno da JWST

Pubblicazione:

Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto
<< Prima pagina

Sempre parlando di come la scienza è percepita: durante il Rinascimento la cosmologia era una cosa molto importante; tutti la conoscevano ed era strettamente connessa alla vita. Tanto è vero che quando il modello cosmologico è cambiato, è cambiata anche la mentalità delle persone. Ora  non si sa quasi niente di cosmologia: crede che ciò abbia qualche impatto culturale?

È un peccato, perché la scienza è vista dalle persone come una cosa separata dalla vita; non vi si presta più attenzione. Abbiamo la responsabilità di educare.

Da un punto di vista storico, credo che quando la conoscenza scientifica era minore, diciamo al tempo di Galileo, era possibile per una persona educata sapere quasi tutto. In classe faccio sempre una analogia: se si prende un grosso giornale della domenica e si immagina di rimuovere tutta la pubblicità lasciando solo gli articoli, questo è ciò che era la scienza. Tutto, dalla biologia alla chimica alla fisica, poteva essere raccolto nelle dimensioni di un giornale. Ora bisognerebbe riempire di libri un teatro fino al soffitto. Oggigiorno nessuno può tenere il passo, nemmeno una persona educata. Io non riesco star dietro ai progressi della biologia, e a tenere il passo di ciò che accade nella genetica. Ci provo, ma è difficile. Questa è una parte del problema: la quantità di conoscenza è troppo grande, anche perché uno scienziato riesca a tenersi informato su un campo di ricerca vicino al suo. Gli scienziati tendono a specializzarsi, e perciò devono conoscere ogni cosa sul proprio argomento: di conseguenza non conoscono i pianeti se studiano le stelle, e se studiano pianeti non conoscono le galassie. Per il pubblico è anche peggio, perché magari non hanno nemmeno ricevuto una buona educazione scientifica, e quindi quando leggono un articolo su un buco nero supermassivo o sul big bang questo non trova radici a cui attaccarsi. È una sfida in più.

L’altro aspetto che è cambiato da che 500 anni fa è la visione del mondo: i modi di pensare alla vita, alla religione, al mondo e all’universo erano collegati, erano una cosa sola. Erano un solo tipo di pensiero. Ora la gente ha la propria vita, le proprie fonti di informazione, i propri computer, e l’universo non c’entra nulla. Non vedono alcuna connessione con l’universo; non riflettono sul loro posto nello spazio e nel tempo. E io credo che questo fosse più facile quando c’era un dialogo tra filosofia, religione e astronomia. Erano tutte in dialogo allora; ora lo sono molto meno.

 

Quando studio un particolare aspetto dell’astrofisica, mi accorgo che senza conoscerne il contesto non è nemmeno interessante studiarlo. Allo stesso tempo è impossibile studiare la cosmologia in modo completo senza conoscere come funzionano i piccoli pezzi che compongono l’universo. Come vive lei il legame tra il particolare e il tutto?

A volte in realtà è molto semplice. Quando parlo agli studenti di stelle, dell’età della Terra o di cose basilari come queste, a volte ne trovo alcuni che semplicemente non sono interessati all’astronomia. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >