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BIOINGEGNERIA/ Le coreografie di Samantha sulla Stazione Spaziale aiuteranno la riabilitazione neuromotori

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La Stazione Spaziale Internazionale  La Stazione Spaziale Internazionale

Ma qual è l’obiettivo di esperimenti del genere? «Esperimenti come questi servono principalmente a capire come il sistema nervoso centrale controlla postura, movimento e immaginazione della gravità. Noi siamo vissuti in un ambiente che è sempre stato caratterizzato dalla presenza della gravità, quindi il nostro cervello ha imparato a gestire il movimento in quel contesto ambientale; capire come il cervello si riadegua, come si adatta a un altro contesto, così decisamente diverso, ci aiuta a capire meglio i nostri processi di apprendimento. Sono gli stessi processi sui quali si lavora, ad esempio, nel caso di soggetti colpiti da un danno neurologico: anche in quei casi il cervello deve riapprendere le diverse procedure».

Simili esperimenti quindi non servono solo per orientare gli astronauti o per impostare l’attività di coloro che si dedicheranno ai viaggi spaziali: ci sono riflessi importanti per la nostra vita qui sulla Terra. «Lo scopo prioritario dei nostri esperimenti è essenzialmente conoscitivo: migliorare la nostra comprensione dei processi cerebrali. Le ricadute sono da un lato sulla vita degli astronauti e dall’altro sulla riabilitazione neuromotoria nelle attività cliniche terrestri».  

Una cosa analoga si può dire per l’altro protocollo sperimentale, proposto dal gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Myrka Zago del IRCCS Fondazione Santa Lucia, che richiedeva di lanciare una pallina da tennis virtuale contro la parete di fronte e riprenderla, con differenti livelli di forza di lancio, immaginando sia la presenza sia l’assenza di gravità. Anche qui l’obiettivo è di studiare il meccanismo di interiorizzazione della gravità presente nel cervello e studiare come viene modificato dall’esperienza della microgravità.

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