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VERSO LA COP21/ Temperatura, calotte polari e livello dei mari: una relazione complessa

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Per quasi tre secoli il Mediterraneo si è presentato come una valle profonda e arida con uno spesso strato di sale sul fondale; è una fase nota come “crisi di salinità del Messiniano” e sulle sue cause c’è sempre stato molto dibattito. Come ha spiegato Fabio Florindo, direttore della Struttura Ambiente dell’INGV e coautore della pubblicazione: «Le prime teorie imputavano la chiusura del Mediterraneo ai movimenti relativi delle placche litosferiche africana, araba ed euroasiatica che avrebbero chiuso lo stretto di Gibilterra. Altri ricercatori ipotizzarono, invece, che la causa principale poteva essere riconducibile a una glaciazione, con conseguente riduzione del livello globale degli oceani. L'abbassamento del livello degli oceani, infatti, fu tale che scese al di sotto di una soglia posta in corrispondenza dello stretto di Gibilterra, causando l'isolamento del Mediterraneo dall'Atlantico. In entrambi gli scenari la limitazione di apporto idrico, rispetto all’evaporazione, avrebbero quindi reso il Mediterraneo un grande lago destinato poi a prosciugarsi completamente».

Lo studio dell’INGV conferma questa ricostruzione, mettendo però in luce un sistema di cause molto più complesso e sottolineando il ruolo della fase glaciale e interglaciale come causa primaria per l'inizio e la fine del prosciugamento del Mediterraneo; il movimento delle placche litosferiche avrebbe anch’esso svolto un suo ruolo, ma non è stata la causa primaria. I ricercatori hanno dimostrato che, in conseguenza dell'evaporazione del Mar Mediterraneo, la litosfera intorno lo Stretto di Gibilterra ha iniziato a sollevarsi a causa della rimozione del carico d’acqua sovrastante mantenendo il Mediterraneo isolato dall'Atlantico. Col successivo ritiro della calotta antartica si è avuto un sollevamento del livello medio degli oceani. «Circa 5.33 milioni di anni fa il livello crescente dell'Atlantico era appena sufficiente per scavalcare una esigua barriera posta in corrispondenza dello stretto di Gibilterra, causando una catastrofica inondazione che in pochi anni ha riempito nuovamente il bacino del Mediterraneo».

Nel corso della ricerca è stato sviluppato un modello complesso - sviluppato al supercalcolatore da Paolo Stocchi del Royal Netherland Institute for Sea Research - che simula la dinamica della calotta polare e la conseguente oscillazione del livello degli oceani. «Il risultato – dice Florindo – indica che l'influenza della crescita della calotta antartica sul livello del mare non è uniforme su tutto il pianeta, in quanto il suo sviluppo comporta una complessa interazione tra effetti gravitazionali, rotazionali e le deformazioni della litosfera terrestre. Ne dobbiamo trarre l’importante conclusione che alla crescita o riduzione delle calotte polari le oscillazioni degli oceani avvengono con modalità irregolare. Una fusione parziale delle calotte potrebbe, quindi, determinare una variazione complessa del livello degli oceani, dando vita a nuovi scenari di cambiamento climatico».

Di questa “irregolarità” dovranno tener conto gli scienziati che stanno preparando le analisi sulle quali si baseranno le discussioni e le decisioni della COP 21.



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