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ASTRONOMIA/ I Big Data che vengono dal cielo

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Si parla sempre più di Big Data e sembra proprio che non ci sia ambito o settore della società e della cultura che possa essere estraneo a questo nuovo trend tecnologico; che è molto più di una tendenza quanto piuttosto una nuova configurazione del landscape, del panorama, nel quale in futuro si svolgeranno tutte le nostre attività. Non è estranea all’invasione dei Grandi Dati la scienza, che nella disponibilità di dati ha sempre visto il suo continuo alimento e ora vede amplificate le proprie possibilità di costruzione di ardite teorie nonché di verifica delle stesse.

All’interno delle scienze, l’astronomia è sempre stata una delle principali aree di raccolta di dati, quelli relativi ai corpi celesti, alla loro forma, posizione, movimenti: fin dall’antichità le lunghe attività di osservazione astronomica sono sfociate nelle compilazione di accurati cataloghi, di elenchi, di tabelle. Sono celebri le Tavole Alfonsine , redatte nel 1252 da una cinquantina di astronomi della corte di Alfonso X re di Castiglia e Leon e utilizzate da Copernico per la sua opera innovatrice, sulla quale si sono poi costruite Tavole Pruteniche; celebri sono anche le Tavole Rudolfine, pubblicate nel 1607 da  Giovanni Keplero in onore di Rodolfo II, che, contengono le posizioni di un migliaio di stelle misurate dal grande Tycho Brahe.

Oggi l’alleanza tra informatica e astronomia porta a realizzazioni come quella che supporterà l’attività del prossimo megatelescopio SKA, il “Square Kilometre Array” e che è frutto di un accordo recentemente siglato da 75 aziende del settore per la costituzione di un apposito Inter-University Institute for Data Intensive Astronomy (IDIA) in grado di gestire in maniera adeguata l’imponente volume di dati che SKA potrà raccogliere.

Lo SKA è un progetto (al quale partecipa anche l’Italia con l’Inaf - Istituto Nazionale di Astrofisica) volto alla costruzione, tra il 2018 e il 2020, di potenti antenne dislocate tra Sudafrica e Australia per la realizzazione del più grande network di radiotelescopi del mondo: i dati generati dalle sue antenne paraboliche saranno pari a 10 volte il traffico mondiale di Internet, da sommarsi a quelli delle antenne “ad apertura”, pari a 100 volte il traffico stesso. Sarà necessario quindi un sistema informatico dotato di una potenza di calcolo equivalente a quella di centinaia di milioni di personal computer.

L’accordo – hanno spiegato i ricercatori – mira a creare centri dati nazionali e regionali «per gestire, elaborare e rendere accessibile l’immensa quantità di dati che verrà generata: questi centri forniranno agli astronomi di tutto il mondo l’accesso alle infrastrutture dati su larga scala e, agli associati, i servizi di High Performance Computing (HPC) necessari per dare un senso a queste complesse informazioni».

L’utilizzo dei Big Data è questione di potenza di calcolo, di capacità di immagazzinamento e di messa a punto di algoritmi e software in grado di superare l’eterogeneità e l’apparente aridità dei dati. Ma è anche questione di capacità di raccolta dei dati là dove si originano (il che può voler dire negli spazi interplanetari del nostro Sistema Solare o nelle più lontane Galassie) e di efficienza nella trasmissione a Terra degli stessi.



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