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SCIENZE DELLA TERRA/ Un unico hub europeo (in Italia?) per tutti i dati “geo”

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In tal modo la ricerca viene potenziata: da un lato si velocizza l’accesso ai dati, dall’altro si aumenta la quantità di ricercatori che saranno in grado di utilizzare tali dati. Altre esempio: «Noi misuriamo le deformazioni col GPS, il quale dà la posizione di un punto rispetto al sistema di riferimento terrestre; usiamo le differenze tra stime ripetute nel tempo per misurare le deformazioni, cioè gli spostamenti tettonici. Ora, se un sismologo va su un sistema attualmente attivo, ottiene dei dati che il 90% degli studenti o dei ricercatori non è in grado di elaborare per arrivare a capire le reali deformazioni: sono dati comprensibili adeguatamente solo da geodeti esperti, che conoscono bene come utilizzarli. Se invece vengono messi a disposizione anche i software per processare i dati, o vengono offerti corsi per tale scopo, si aumenta enormemente la possibilità del loro utilizzo a vantaggio di tutti».

Si capisce così che stiamo entrano in pieno del regno dei Big Data di cui si parla tanto. «Esattamente. Consideri che per le Scienze della Terra, solo in Europa abbiamo una quantità di dati che è paragonabile a quella della fisica delle particelle: parliamo di diversi petabyte (xxxx). Quindi l’iinformatica ha un ruolo fondamentale nella costruzione e nella gestione di un’infrastruttura come Epos».

Per questo tra le realtà italiane che partecipano ad Epos c’è il Cineca, il Consorzio Interuniversitario per il Calcolo Automatico, e il nostro Paese sta anche partecipando alla gara internazionale per l’assegnazione della sede dell’Hub centrale di tutta l’infrastruttura informatica e quella proposta è proprio la sede del Cineca a Bologna. «La prossima settimana la proposta verrà sottomessa al board di Epos, emanazione dei 25 governi aderenti, ed entro i prossimi quattro mesi sapremo se potremo vincere anche questa competizione. La sede legale del consorzio Europeo EPOS-ERIC (European Research Infrastructure Consortium) che gestirà Epos è già in Italia, a Roma ospitata presso l’Ingv».

EPOS è nato come infrastruttura europea ed è stata inserita nella roadmap del Forum Strategico Europeo per le Infrastrutture di Ricerca (ESFRI), il documento che fornisce una panoramica delle necessità di infrastrutture di ricerca di interesse europeo. «Poi  è partita la fase preparatoria, cioè di progettazione, con un progetto durato 4 anni durante il quale è stato prodotto tutto il design, tutto lo schema funzionale di Epos, il libretto di istruzioni per come costruire l’infrastruttura, che è stata progettata sia dal punto di vista tecnico, sia legale, sia più strettamente informatico, lavorando insieme agli informatici secondo un approccio di co-design».

Durante questa fase il Consiglio della Competitività della UE ha aperto una competizione ed Epos è stato inserito fra le tre infrastrutture europee prioritarie per passare all’implementazione, «il che significa che adesso noi dobbiamo costruire il sistema per essere pronti nel 2019 ad essere operativi. La fase di implementazione ha ottenuto un finanziamento di oltre 18 milioni di euro dalla Commissione europea nell’ambito di Horizon 2020 e ha preso ufficialmente il via il 1 ottobre 2015; oltre a Ingv, vi prenderanno parte altri enti di ricerca e università italiani, tra cui il Cnr, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica (OGS) e le Università degli Studi di Trieste, Genova e Roma Tre.

«Nei prossimi due anni dovremo implementare i servizi, poi nel terzo anno dovremo validarli e nel quarto anno inizieremo l’attività, in stretta collaborazione con gli informatici della struttura che ci ospiterà. Nel marzo prossimo sapremo dove sarà tale sede: speriamo a Bologna».



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