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SCIENZA E FEDE/ Tanzella (DISF): le domande del senso religioso oggi vivono meglio nell’ambiente scientifico

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Occorrerebbe vedere in dettaglio i risultati della survey per rispondere a questa domanda. Potrebbero infatti esserci delle domande incrociate che ci consentano di capire le convinzioni esistenziali degli intervistati e quali opzioni essi avevano a disposizione nelle loro risposte. La mia esperienza è che le domande tipiche del senso religioso — da dove veniamo, dove andiamo, quale sia il senso dell’universo, il suo destino ultimo, quale ruolo noi umani occupiamo in esso — sopravvivano oggi meglio nell’ambiente scientifico che in quello filosofico. La filosofia contemporanea ha ritenuto il tema di Dio e del senso della vita troppo “forti” per essere affrontati, attestandosi così su posizioni di pensiero debole. La scienza, al contrario, non ha avuto timore di affrontare queste domande, come si può facilmente vedere nelle opere divulgative di molti scienziati. Il fatto che il metodo scientifico non possa fornire una risposta esauriente a tali domande non evita che esse sorgano e continuino ad attrarre chi studia la natura.

 

L'ostilità del mondo scientifico verso le religioni, e il cattolicesimo in particolare, sembra ridotta il minimo; ma è cresciuto anche il dialogo?

Sì, siamo lontani dal materialismo ottocentesco che gettava discredito sulla religione e negava le cattedre a uomini come Pierre Duhem o Francesco Faà di Bruno, per il solo fatto di essere cattolici… A dir la verità, ancora oggi l’essere di fede cattolica ha ostacolato l’investitura di qualche Nobel. Ma al di là di queste situazioni, l’interesse dell’ambiente scientifico verso la riflessione filosofica e teologica è cresciuto, specie se filosofia e teologia sanno proporsi in modo rigoroso e fondato.

 

La survey ha privilegiato come campione i fisici e i biologi: come considera questa scelta? Si possono notare differenze nel rapporto scienza fede tra gli scienziati di differenti discipline?

Era logico che la parte sostanziale degli intervistati fossero di ambito fisico e biologico. Il tema dell’origine dell’universo, delle leggi di natura, i temi legati all’origine della vita e alla sua evoluzione, continuano ad essere quelli di maggior impatto interdisciplinare, dove religione e scienza hanno più cose da dirsi. Oggi si aggiungono forse le neuroscienze, ma si tratta di vedere a che livello i neuroscienziati siano stati inclusi nel campione della Howard Ecklund. Ritengo che la fede in un Dio creatore sia oggi maggiormente condivisa dai fisici, dagli astronomi e dai matematici che non dai biologi. Almeno è questa l’esperienza che ho potuto fare in occasione di convegni, tavole rotonde e dibattiti. Ho in proposito una spiegazione, a livello personale. Le scienze fisiche e matematiche hanno ormai un’espistemologia matura, che le protegge da derive ideologiche perché ha fatto loro toccare in modo formalmente rigoroso i fondamenti, e anche i limiti, del conoscere. Le scienze biologiche, invece, sono più giovani, e non hanno ancora incontrato quei problemi di incompletezza formale e ontologica che le scienze fisiche e matematiche ben conoscono. Ciò può condurre la biologia a voler offrire una propria “visione del mondo” esaustiva e talvolta autoreferenziale, ritenendo superfluo ogni discorso sui fondamenti dell’essere, e dunque sull’origine delle cose. In realtà, quando si tocca da vicino il problema dei fondamenti, e la biologia sta cominciando a farlo quando si sforza di entrare con profondità nell’origine del DNA, il problema del Logos, della razionalità e del senso delle cose torna a riemergere, e con esso la domanda su Dio. Il percorso di un ricercatore come Francis Collins basterebbe a dimostrarlo.



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